Da "Storie di bambole"
Le bambole sono creazioni di Licia Preitano e fanno parte della collezione "Gigliette"
IL CONCERTO
Bambola della collezione "Gigliette"
-Brava Josephine!-. -Sei fantastica, Josephine!-.
La folla era in visibilio! Il concerto di Josephine era stato perfetto. Nulla del genere si era mai visto negli ultimi anni. Un successo senza precedenti! Quella voce, quella pelle nera come l'ebano e levigata come il marmo, quel viso dolce ed epressivo, quel profilo, quell'eleganza! Tutto era piacevole in Josephine! Tutte le donne l'avrebbero voluto amica, e tutti gli uomini amante.
Lo spettacolo era finito da un pezzo, e ancora gli applausi continuavano. Josephine era stanca, ma si inchinava e ringraziava ancora, Poi, finalmente, il sipario si chiuse senza più riaprirsi. Era finita! Anche quella fatica era finita! Dietro le quinte, ancora gli applausi di tutti coloro che avevano contribuito al successo della grande star. E poi, il camerino.
Josephine si chiuse la porta alle spalle ed abbracciò la mamma che l'aspettava orgogliosa.
-Brava, piccola mia! Anche tuo padre sarebbe stato orgoglioso di te!-.
-Povero papà! Ne ha visto di tutti i colori in questo Paese!-. Josephine si fermò a pensare. -Ma non facciamoci illusioni, mamma: questa non è la vittoria della nostra gente, ma solo il successo di un'artista!-.
-Ma forse è cambiato qualcosa, qui. È tanto tempo che manchiamo! Forse la gente ha cominciato a capire ...-.
-Mamma, non c'è niente da capire. Ma è così difficile! Siamo così diversi! È come tra ricchi e poveri, e noi siamo i poveri del mondo! Dio ci ha voluto fare poveri! E come i poveri hanno soggezione dei ricchi, noi abbiamo soggezione dei bianchi. E sarà sempre così! Si dice che un giorno la razza nera sarà più numerosa di quella bianca. Questo è sicuro, ma è sicuro anche che non cambierà niente. Bastano pochi ricchi per tenere a bada un intero popolo di poveri. E i poveri si inchinano sempre davanti ai ricchi. È la storia del mondo che ce lo insegna! Non facciamoci illusioni, mamma. In Sudafrica è così, e sarà così dovunque, per sempre. E quando un povero, per sua fortuna, diventa ricco, allora passa dalla parte dei ricchi e viene accolto a braccia aperte e con rispetto. E non importa il colore della sua pelle, nè le sue origini. E' un ricco e basta. E come il povero sogna di svegliarsi ricco, perchè è stanco di essere umiliato ed emarginato, così, diciamolo pure, mamma, il nero sogna di svegliarsi bianco. Almeno per passare inosservato e non essere più additato come diverso. La verità è che siamo stanchi di essere diversi! Ma il nostro vero problema è che ci sentiamo diversi. Perchè non urliamo con forza che i diversi sono loro?- .
-Forse perchè lo hanno fatto loro per primi!- rispose rassegnata la mamma.
-Hai ragione, mamma. Comunque sia, il successo di una sera non cambia il rapporto tra i due mondi. La gente stasera ama me, non il mio popolo! Non ho fatto niente per il mio popolo stasera!-.
E Josephine abbracciò ancora la madre, singhiozzando.
-Non piangere, piccola mia. Goditi il tuo successo- le disse la madre, battendole dolcemente la mano sulle schiena.
Josephine prese la mamma per le spalle e le disse:
-Voglio dedicare a papà questo mio successo. Stasera non voglio festeggiare tra la gente, ma desidero raccogliermi in chiesa e rendere omaggio a mio padre. Ho voglia di parlare con lui, di sentirlo vicino. Forse saprò se lui ha perdonato a questa gente! E forse mi insegnerà a contenere il mio rancore e il mio risentimento. Noi possiamo solo perdonare! È il nostro destino! Ma ci vuole tanta forza per perdonare dal profondo del cuore, e tanta fede. Anche se, in questo mondo, la fede è dei perdenti!-.
Josephine cominciò a struccarsi, Poi si fermò un attimo con la mano sospesa:
-I ricchi si nutrono di cibo, i poveri si nutrono di fede!-.
Poi continuò ad armeggiare sapientemente con le sue creme e i sioi belletti.
-Che vestito vuoi che ti prepari?- chiese la madre.
-Niente vestito, mamma. Una gonna, una camicetta e uno scialle, saranno più che sufficienti-.
-Ma dovrai andare a cena. Non vuoi essere elegante come sempre?-.
-No, mamma. Mangeremo un panino in uno snack, poi tu andrai in albergo ed io andrò in chiesa. Chiama André, ti prego-.
La madre aprì la porta del camerino e si rivolse all'uomo che vegliava sulla sicurezza di Josephine:
-André, Josephine ti vuole-.
André dette uno sguardo in giro e, dopo aver controllato che tutto era tranquillo, entrò nel camerino:
-Sì, Josephine?-.
-André, io andrò in chiesa stasera. Niente ristorante. Ti rifarai domani: ti lascerò un'intera mattinata tutta per te-.
-Come vuoi, Josephine-, disse Andrè. E uscì di nuovo a piantonare.
-Mamma, ti prego, raccontami di papà. Io non ho ricordi di lui!-.
-Ma perchè vuoi angustiarti, piccola mia? Questa doveva essere una serata di festa!-.
-No, mamma, questa è una giornata di lutto, per me. Il successo in questo Paese mi ha fatto ripiombare nei ricordi del passato. E quelli sono ricordi di dolore e di lutto. Ti prego, racconta-.
-Come vuoi, piccola mia. Tu eri molto piccola quando siamo arrivati in questo Paese. Non camminavi ancora, eri molto buffa ...-.
-Mamma, parlami di papà, ti prego-.
-Tuo padre era un uomo forte e saggio, ed io ero orgogliosa di lui. Era riuscito a portarmi qui, superando ogni sorta di difficoltà. Eravamo affamati, al nostro paese! Tu rischiavi di morire! Qui fummo clandestini per molto tempo. Abitavamo in uno scantinato con altri undici disperati, tra grandi e piccini. Tuo padre usciva la mattina e tornava la sera. Faceva ogni sorta di lavoro. E quando tornava portava qualche soldo e tanta amarezza: "Ci insultano", ripeteva spesso. Ma per fortuna non era sempre così! A lui bastava che qualcuno gli facesse un sorriso, per tornare a casa contento e pieno di speranza. Noi lo aspettavamo chiusi in quel tugurio, prigionieri senza colpa e senza condanna. Eravamo in compagnia, e il disagio si sentiva meno. Tuo padre sperava che, prima o poi, potessimo uscire e passeggiare per la città a testa alta. Ma questo era un miraggio che si allontanava sempre più! Poi, un giorno, tuo padre tornò a casa piangendo. Era stato trattato male da un gruppo di giovani. Ma la sua rabbia era che non aveva potuto difendersi. Lui non era abituato ad accettare certi soprusi! Era un fiero guerriero, abituato a combattere, al suo paese. Io gli dissi di cambiare città, di andare più al sud. Sapevamo che al sud c'era più comprensione per la nostra gente. Ma lui diceva che al sud non c'era lavoro e che bisognava stare lì. Poi, una sera, lo aspettammo invano! Il suo sogno si era infranto! Perchè, piccola mia, il sogno era stato sempre e solo suo. Io avevo capito subito che non c'era da aspettarsi tanto!-.
Josephine piangeva, in preda ad una profonda tristezza.
-E ora dov'è papà?-, chiese alla mamma. -Lo sai, piccola mia, te l'ho detto tante volte!-. -Dimmelo ancora, ti prego, mamma-. E la donna sospirò e proseguì il racconto: -Gli amici mi hanno aiutato a spedire il suo corpo al nostro paese. Ora riposa vicino alla casa dove sua madre l'aveva partorito; in uno di quei campi che lo avevano visto orgoglioso di essere nero e forte. Ma perchè vuoi sentire queste cose?-. Anche la madre era commossa e ricordava con fatica.
-Voglio essere preparata davanti a lui. Voglio che il suo giudizio sia anche su queste cose-, le rispose Josephine.
-Ma questa sarebbe solo vendetta, figlia mia. Tuo padre non chiederebbe mai vendetta! Era un uomo orgoglioso, ma non vendicativo! Non mostrarti cattiva verso il mondo: lui non lo apprezzerebbe. Ti avrebbe voluto insegnare ad avere rispetto per gli altri, e a pretenderlo per te. Ma sempre nei limiti degli insegnamenti del Vangelo di Dio-.
-Certo, certo, mamma!-, commentò Josephine.
La chiesa era deserta, a quell'ora. Il prete concesse a Josephine una luce sul piccolo altare alla sinistra dell'altare maggiore. Non c'era il Cristo in croce, ma l'effigie di un Giuseppe paziente e di una Maria orgogliosa.
Josephine si inginocchiò, si fece il segno della croce, giunse le mani ed abbassò il capo.
-Perdonami Signore, se per una volta non mi rivolgo a te. Ma in questo momento sento di avere bisogno del giudizio degli uomini, per capire. Ho bisogno di sapere quali sentimenti li guidano, quali angosce li tormentano-.
Quindi si rivolse a suo padre:
-Padre mio, aiutami a capire, ti prego. Su quale altare sei stato sacrificato tu? Che cosa, il tuo sacrificio doveva insegnare all'uomo? Cosa debbo fare per riscattare il tuo nome e il nostro popolo? Aiutami, ti prego!-.
La testa sempre bassa, coperta dal lungo scialle bianco; le mani giunte e le dita intrecciate, strette fino a farle male. Sentiva una grande serenità dentro di sè, ed era disposta ad ascoltare.
D'un tratto, sobbalzò. Una voce profonda, alle sue spalle, dava risposta alla sua angoscia:
-Figlia mia, non c'è cattiveria nè odio, dentro di me. Ma solo rammarico per non aver potuto mostrare l'orgoglio della mia gente e il suo grande desiderio di regalare al mondo tutto l'amore di cui è capace. Non spetta a te riscattare i nostri fratelli neri! Non potrà mai, una piccola mano, cambiare le cose! Potrà riuscirci solo un grande spirito se, come un'immensa coltre, avvolgerà tutti gli uomini del mondo. Per ora spera in Dio e goditi il tuo successo-.
Josephine non aveva avuto il coraggio di girarsi. La voce era pacata, serena, dolce. Era la voce di un padre. Ma quando la voce si spense, Josephine si girò. L'uomo che aveva parlato, si allontanava; il capo era coperto da un mantello di tela.
-Padre, padre mio!-.
Josephine corse dietro all'uomo per abbracciarlo. E quando gli fu alle spalle, quello si voltò.
L'uomo era bianco e con la barba. Josephine fu sorpresa e, per un attimo, pensò che tutto fosse stato uno scherzo, e rimase delusa. Poi, lo riconobbe: era l'uomo del dipinto; quel Giuseppe discriminato, deriso, ma paziente; quel Giuseppe che aveva dato senza chiedere niente, e che aveva solo sperato, perchè nulla dipendeva dalla sua piccola storia.
E Josephine capì che alle sue domande non avrebbe potuto rispondere l'uomo: si inginocchiò ancora e pregò Iddio.
-Brava Josephine!-. -Sei fantastica, Josephine!-.
La folla era in visibilio! Il concerto di Josephine era stato perfetto. Nulla del genere si era mai visto negli ultimi anni. Un successo senza precedenti! Quella voce, quella pelle nera come l'ebano e levigata come il marmo, quel viso dolce ed epressivo, quel profilo, quell'eleganza! Tutto era piacevole in Josephine! Tutte le donne l'avrebbero voluto amica, e tutti gli uomini amante.
Lo spettacolo era finito da un pezzo, e ancora gli applausi continuavano. Josephine era stanca, ma si inchinava e ringraziava ancora, Poi, finalmente, il sipario si chiuse senza più riaprirsi. Era finita! Anche quella fatica era finita! Dietro le quinte, ancora gli applausi di tutti coloro che avevano contribuito al successo della grande star. E poi, il camerino.
Josephine si chiuse la porta alle spalle ed abbracciò la mamma che l'aspettava orgogliosa.
-Brava, piccola mia! Anche tuo padre sarebbe stato orgoglioso di te!-.
-Povero papà! Ne ha visto di tutti i colori in questo Paese!-. Josephine si fermò a pensare. -Ma non facciamoci illusioni, mamma: questa non è la vittoria della nostra gente, ma solo il successo di un'artista!-.
-Ma forse è cambiato qualcosa, qui. È tanto tempo che manchiamo! Forse la gente ha cominciato a capire ...-.
-Mamma, non c'è niente da capire. Ma è così difficile! Siamo così diversi! È come tra ricchi e poveri, e noi siamo i poveri del mondo! Dio ci ha voluto fare poveri! E come i poveri hanno soggezione dei ricchi, noi abbiamo soggezione dei bianchi. E sarà sempre così! Si dice che un giorno la razza nera sarà più numerosa di quella bianca. Questo è sicuro, ma è sicuro anche che non cambierà niente. Bastano pochi ricchi per tenere a bada un intero popolo di poveri. E i poveri si inchinano sempre davanti ai ricchi. È la storia del mondo che ce lo insegna! Non facciamoci illusioni, mamma. In Sudafrica è così, e sarà così dovunque, per sempre. E quando un povero, per sua fortuna, diventa ricco, allora passa dalla parte dei ricchi e viene accolto a braccia aperte e con rispetto. E non importa il colore della sua pelle, nè le sue origini. E' un ricco e basta. E come il povero sogna di svegliarsi ricco, perchè è stanco di essere umiliato ed emarginato, così, diciamolo pure, mamma, il nero sogna di svegliarsi bianco. Almeno per passare inosservato e non essere più additato come diverso. La verità è che siamo stanchi di essere diversi! Ma il nostro vero problema è che ci sentiamo diversi. Perchè non urliamo con forza che i diversi sono loro?- .
-Forse perchè lo hanno fatto loro per primi!- rispose rassegnata la mamma.
-Hai ragione, mamma. Comunque sia, il successo di una sera non cambia il rapporto tra i due mondi. La gente stasera ama me, non il mio popolo! Non ho fatto niente per il mio popolo stasera!-.
E Josephine abbracciò ancora la madre, singhiozzando.
-Non piangere, piccola mia. Goditi il tuo successo- le disse la madre, battendole dolcemente la mano sulle schiena.
Josephine prese la mamma per le spalle e le disse:
-Voglio dedicare a papà questo mio successo. Stasera non voglio festeggiare tra la gente, ma desidero raccogliermi in chiesa e rendere omaggio a mio padre. Ho voglia di parlare con lui, di sentirlo vicino. Forse saprò se lui ha perdonato a questa gente! E forse mi insegnerà a contenere il mio rancore e il mio risentimento. Noi possiamo solo perdonare! È il nostro destino! Ma ci vuole tanta forza per perdonare dal profondo del cuore, e tanta fede. Anche se, in questo mondo, la fede è dei perdenti!-.
Josephine cominciò a struccarsi, Poi si fermò un attimo con la mano sospesa:
-I ricchi si nutrono di cibo, i poveri si nutrono di fede!-.
Poi continuò ad armeggiare sapientemente con le sue creme e i sioi belletti.
-Che vestito vuoi che ti prepari?- chiese la madre.
-Niente vestito, mamma. Una gonna, una camicetta e uno scialle, saranno più che sufficienti-.
-Ma dovrai andare a cena. Non vuoi essere elegante come sempre?-.
-No, mamma. Mangeremo un panino in uno snack, poi tu andrai in albergo ed io andrò in chiesa. Chiama André, ti prego-.
La madre aprì la porta del camerino e si rivolse all'uomo che vegliava sulla sicurezza di Josephine:
-André, Josephine ti vuole-.
André dette uno sguardo in giro e, dopo aver controllato che tutto era tranquillo, entrò nel camerino:
-Sì, Josephine?-.
-André, io andrò in chiesa stasera. Niente ristorante. Ti rifarai domani: ti lascerò un'intera mattinata tutta per te-.
-Come vuoi, Josephine-, disse Andrè. E uscì di nuovo a piantonare.
-Mamma, ti prego, raccontami di papà. Io non ho ricordi di lui!-.
-Ma perchè vuoi angustiarti, piccola mia? Questa doveva essere una serata di festa!-.
-No, mamma, questa è una giornata di lutto, per me. Il successo in questo Paese mi ha fatto ripiombare nei ricordi del passato. E quelli sono ricordi di dolore e di lutto. Ti prego, racconta-.
-Come vuoi, piccola mia. Tu eri molto piccola quando siamo arrivati in questo Paese. Non camminavi ancora, eri molto buffa ...-.
-Mamma, parlami di papà, ti prego-.
-Tuo padre era un uomo forte e saggio, ed io ero orgogliosa di lui. Era riuscito a portarmi qui, superando ogni sorta di difficoltà. Eravamo affamati, al nostro paese! Tu rischiavi di morire! Qui fummo clandestini per molto tempo. Abitavamo in uno scantinato con altri undici disperati, tra grandi e piccini. Tuo padre usciva la mattina e tornava la sera. Faceva ogni sorta di lavoro. E quando tornava portava qualche soldo e tanta amarezza: "Ci insultano", ripeteva spesso. Ma per fortuna non era sempre così! A lui bastava che qualcuno gli facesse un sorriso, per tornare a casa contento e pieno di speranza. Noi lo aspettavamo chiusi in quel tugurio, prigionieri senza colpa e senza condanna. Eravamo in compagnia, e il disagio si sentiva meno. Tuo padre sperava che, prima o poi, potessimo uscire e passeggiare per la città a testa alta. Ma questo era un miraggio che si allontanava sempre più! Poi, un giorno, tuo padre tornò a casa piangendo. Era stato trattato male da un gruppo di giovani. Ma la sua rabbia era che non aveva potuto difendersi. Lui non era abituato ad accettare certi soprusi! Era un fiero guerriero, abituato a combattere, al suo paese. Io gli dissi di cambiare città, di andare più al sud. Sapevamo che al sud c'era più comprensione per la nostra gente. Ma lui diceva che al sud non c'era lavoro e che bisognava stare lì. Poi, una sera, lo aspettammo invano! Il suo sogno si era infranto! Perchè, piccola mia, il sogno era stato sempre e solo suo. Io avevo capito subito che non c'era da aspettarsi tanto!-.
Josephine piangeva, in preda ad una profonda tristezza.
-E ora dov'è papà?-, chiese alla mamma. -Lo sai, piccola mia, te l'ho detto tante volte!-. -Dimmelo ancora, ti prego, mamma-. E la donna sospirò e proseguì il racconto: -Gli amici mi hanno aiutato a spedire il suo corpo al nostro paese. Ora riposa vicino alla casa dove sua madre l'aveva partorito; in uno di quei campi che lo avevano visto orgoglioso di essere nero e forte. Ma perchè vuoi sentire queste cose?-. Anche la madre era commossa e ricordava con fatica.
-Voglio essere preparata davanti a lui. Voglio che il suo giudizio sia anche su queste cose-, le rispose Josephine.
-Ma questa sarebbe solo vendetta, figlia mia. Tuo padre non chiederebbe mai vendetta! Era un uomo orgoglioso, ma non vendicativo! Non mostrarti cattiva verso il mondo: lui non lo apprezzerebbe. Ti avrebbe voluto insegnare ad avere rispetto per gli altri, e a pretenderlo per te. Ma sempre nei limiti degli insegnamenti del Vangelo di Dio-.
-Certo, certo, mamma!-, commentò Josephine.
La chiesa era deserta, a quell'ora. Il prete concesse a Josephine una luce sul piccolo altare alla sinistra dell'altare maggiore. Non c'era il Cristo in croce, ma l'effigie di un Giuseppe paziente e di una Maria orgogliosa.
Josephine si inginocchiò, si fece il segno della croce, giunse le mani ed abbassò il capo.
-Perdonami Signore, se per una volta non mi rivolgo a te. Ma in questo momento sento di avere bisogno del giudizio degli uomini, per capire. Ho bisogno di sapere quali sentimenti li guidano, quali angosce li tormentano-.
Quindi si rivolse a suo padre:
-Padre mio, aiutami a capire, ti prego. Su quale altare sei stato sacrificato tu? Che cosa, il tuo sacrificio doveva insegnare all'uomo? Cosa debbo fare per riscattare il tuo nome e il nostro popolo? Aiutami, ti prego!-.
La testa sempre bassa, coperta dal lungo scialle bianco; le mani giunte e le dita intrecciate, strette fino a farle male. Sentiva una grande serenità dentro di sè, ed era disposta ad ascoltare.
D'un tratto, sobbalzò. Una voce profonda, alle sue spalle, dava risposta alla sua angoscia:
-Figlia mia, non c'è cattiveria nè odio, dentro di me. Ma solo rammarico per non aver potuto mostrare l'orgoglio della mia gente e il suo grande desiderio di regalare al mondo tutto l'amore di cui è capace. Non spetta a te riscattare i nostri fratelli neri! Non potrà mai, una piccola mano, cambiare le cose! Potrà riuscirci solo un grande spirito se, come un'immensa coltre, avvolgerà tutti gli uomini del mondo. Per ora spera in Dio e goditi il tuo successo-.
Josephine non aveva avuto il coraggio di girarsi. La voce era pacata, serena, dolce. Era la voce di un padre. Ma quando la voce si spense, Josephine si girò. L'uomo che aveva parlato, si allontanava; il capo era coperto da un mantello di tela.
-Padre, padre mio!-.
Josephine corse dietro all'uomo per abbracciarlo. E quando gli fu alle spalle, quello si voltò.
L'uomo era bianco e con la barba. Josephine fu sorpresa e, per un attimo, pensò che tutto fosse stato uno scherzo, e rimase delusa. Poi, lo riconobbe: era l'uomo del dipinto; quel Giuseppe discriminato, deriso, ma paziente; quel Giuseppe che aveva dato senza chiedere niente, e che aveva solo sperato, perchè nulla dipendeva dalla sua piccola storia.
E Josephine capì che alle sue domande non avrebbe potuto rispondere l'uomo: si inginocchiò ancora e pregò Iddio.

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