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domenica 24 giugno 2018

LA DONNA DEL QUADRO

 LA DONNA DEL QUADRO
Da "Storie di bambole"
di Walter Preitano 
 
 

Bambola della collezione "Gigliette"

-Louiselle, pssss, Louiselle...-.
-Sì, mamma- rispose quasi urlando Louiselle, credendo che la voce arrivasse dalla stanza accanto.
-Sssst! Non urlare-. 
-Ma chi è?-. Louiselle girò attorno il suo sguardo cercando di individuare la fonte del bisbiglìo. 
-Sono qua, dietro di te-. 
-Ma io non ti vedo ancora; vieni fuori, chi sei?-. 
-Lo sapevo io! Che mania che avete voi mortali di ridurre i quadri a piccole macchie! Mi sento compressa qui dentro, come in una scatola di sardine. Hai capito dove sono, o ti ci vogliono gli occhiali?-.
-No, no, ti vedo, ti vedo. Non posso crederci! Ma tu parli! Questo è un miracolo!-
-Ma che miracolo, non dire sciocchezze. Qui tutti parliamo tra di noi. Altrimenti sai che noia sarebbe!-.
-Ma gli altri perchè stanno zitti?-.
-Non è il loro turno. Veramente neanche il mio: se mi scoprono.... Perchè vedi, Louiselle, noi abbiamo il permesso di parlare solo di notte, altrimenti ci levano la licenza per schiamazzi diurni, ah ah ah! Sto scherzando naturalmente. Ma di notte qui succede di tutto. Gli uomini si ubriacano perfino! E tutti cantiamo e balliamo il valzer mousette. Lo conosci?-.
-No, non credo-. 
-Piccola Louiselle! Ma cosa cantate voi?-. 
-Veramente noi...-. 
-Sì, lo so. Ci fai impazzire con tutti quei rumori assordanti che fa il tuo organino! Devi farlo sistemare, Louiselle. Credimi, da lì non esce musica, ma suoni senza melodia. Nessuno potrà mai innamorarsi al suono di quella sua musica!-
-Ma sai... A proposito, come ti chiami?-.
-Veramente non dovrei dirtelo perchè le modelle dei quadri debbono rimanere anonime e avvolte di mistero. Ma io mi sono stufata di essere soltanto una figura, quindi te lo dico e buonanotte: mi chiamo Jasmine. Ti piace il mio nome?-.
-È molto bello. Anche tu sei bellissima. Ma come sei finita dentro a quel quadro?-. 
-Insomma, vorresti che ti raccontassi la mia storia...-.
-Magari!- esclamò Louiselle -Così sarei la sola a conoscerla-. 
-Sai Louiselle, le storie delle modelle si assomigliano tutte. E purtroppo sono tutte molto brevi-. -Raccontala lo stesso, ti prego- insistette Louiselle. 
-Tu lo sai come siamo fatte noi donne! Ma forse ancora non lo sai. Siamo vanitose, e talvolta, per la nostra vanità, ci succedono delle strane cose-. 
-Sì, va bene- disse Louiselle sempre più curiosa -Ma ancora non mi hai detto quali cose. Ti vuoi decidere a raccontare?-. 
-Un giorno, credo fosse d'autunno,- riprese Jasmine -ero ferma davanti ad una vetrina a rimirare un abito che, per stoffa e per fattura, era il più bello che avessi mai visto. D'altronde quello era il negozio più elegante di Pargi. Hai mai visto Parigi?-.
-No, non ci sono ancora stata, ma la mamma mi ha promesso che mi ci porterà l'estate prossima- rispose louiselle.
-E allora è meglio rimandare tutto. Tu che stai alla periferia del mondo, non puoi capire la mia storia!-.
-No, Jasmine, continua, ti prego. Ti prometto che farò in modo di aticipare il mio viaggio a Parigi. Ma tu continua-.
-E va bene. E mentre cercavo di immaginare quanto bella sarebbe stata la donna che avesse indossato quel vestito, e quanto eleganti gli uomini attorno a lei, sentii la voce di un uomo alle mie spalle: "È bello, non è vero?". La voce interruppe il mio sogno. Io mi sentii sciocca e mi girai di scatto. Era uno di quegli artisti strambi e squattrinati, di cui Parigi era piena a quel tempo. Si presentò come il signor Renoir. Il nome non mi disse nulla, ma il suo sguardo mi rese irrequieta. "Sì," risposi con cortesia, "è molto bello". Lui mi fissò in un modo tale da farmi sentire a disagio. Poi mi disse: "Non saprei immaginare quell'abito addosso ad un'altra donna. Sembra fatto apposta per te"-.
Louiselle, presa dal racconto, la interruppe:
-Ma non mi stai prendendo in giro? Non è che racconti fiabe per fare addormentare le ragazzine? Guarda che io so stare sveglia anche tutta la notte. Non sono più una bambina-.
-Lo so, Louiselle. Lo dici a me, che ti ho visto crescere? Ma forse non hai torto. Forse la mia storia è davvero una fiaba. Ma ti assicuro che è la mia storia-. 
-Meno male, continua- sospirò Luoiselle -E non sperare di farmi piangere, perchè io sono forte, sai. Neanche le botte del mio papà mi fanno piangere-. 
-Va bene, Louiselle, ma tu non interrompermi più. È già così difficile ricordare! Sai, io non avevo neanche immaginato quell'abito addosso a me. Era troppo costoso! Io compravo i miei vestiti al mercatino rionale, oppure li cucivo io stessa. I miei sgobbavano tutto il giorno per portare a casa il necessario e, talvolta, facevano fatica ad arrivare alla fine del mese. Però, quando quel signor Renoir mi disse a quel modo, mi rigirai a guardare la vetrina e presi a muovermi come se avessi addosso quell'abito. Mi sentivo bene, e più mi muovevo, più mi sentivo elegante. D'un tratto mi fermai e mi vergognai di me stessa e della mia vanità. Pensai che avevo dato una pessima immagine di me. "No, continua, ti prego", mi disse Renoir "Sento che in questo momento sta nascendo l'opera più bella della mia vita. Continua, non fermarti". Come una sciocca ripresi a muovermi, incoraggiata dall'entusiasmo di Renoir. Poi mi resi conto di quanto fossero sciocchi quei gesti e mi fermai di colpo: "Mi scusi" gli dissi "....Ora debbo andare". "Aspetta, non puoi lasciarmi così! Ormai sei qui, nella mia mente e nella mia mano. Ti prego, posa per me, e io ti prometto che renderò immortale la tua bellezza"-. 
-Che bello! Che bello!- esclamò Louiselle -.....E allora?-. 
-Quelle parole- riprese Jasmine -ebbero su di me l'effetto del flauto che incanta i serpenti. È difficile per una donna resistere a certi complimenti! Fra poco te ne accorgerai anche tu. D'un tratto quell'uomo, non bello e mal vestito, mi sembrò un cavaliere d'altri tempi, ed io ritornai sui miei passi e gli chiesi: "E cosa dovrei fare?". "Indossare quell'abito e pavoneggiarti come facevi prima". "Ma quell'abito...." "Io lo comprerò per te, e quando l'opera sarà finita, tu potrai tenerlo".- 
-Ma è meraviglioso!- esclamò Luoiselle -...Che uomo dev'essere stato quel Renoir! E tu?-. 
-Quell'offerta ruppe tutte le mie resistenze. Così accettai-. 
-Brava Jasmine- urlò quasi Luoiselle. 
-Come puoi capire, il mio sonno non fu tranquillo, quella notte!- disse Jasmine.
-E neanche il mio lo sarà stanotte!- esclamò Luoiselle.
-Così l'indomani, come d'accordo, mi recai all'indirizzo che mi aveva dato quel Renoir. Ero incerta e titubante. Quella casa di Renoir era sporca e senza mobili. Anzi, non era neanche una vera casa. ma i suoi quadri erano bellissimi. Riconobbi molti posti eleganti di Parigi...- Jasmine si fermò perplessa.
-Sì, sì, ci vado, ci vado, te lo prometto. Continua- la prevenne Louiselle.
-Le signore ritratte facevano tutte una gran bella figura. Ed allora cominciai a pensare che quell'artista mi avrebbe davvero reso famosa-.
-La tua storia è bellissima!- disse Louiselle -Sembra davvero un fiaba. Ma poi ti sei innamorata di Renoir? Sono sicura di sì-.
-Sì, Louiselle! Per questo non mi pento di avere accettato. Renoir mi dichiarò il suo amore, ancor prima di cominciare il dipinto. E credimi, Louiselle, l'amore di un artista ti fa sentire importante! Trascorrevamo le pause di lavoro abbracciati teneramente, e in quegli istanti sembrava che le vicende del mondo fossero tutte per l'altra gente. Lui mi sussurrava parole dolci, e il mio cuore si infiammava sempre di più-. Jasmine si fermò un istante con lo sguardo nel vuoto e sembrò presa dalla tristezza dei ricordi.
-Perchè piangi, Jasmine?- le chiese Louiselle- Fin qui è tutto bello!-. 
Jasmine tardò un attimo a rispondere: 
-Perchè questi sono gli ultimi ricordi della mia vita-. 
-Ecco! Lo sapevo che ci saresti riuscita!- disse Louiselle allungando il viso nel vano tentativo di frenare le sue giovani lacrime. 
-Scusa Louiselle, ma ora è tutto passato. Vedi? Ora sorrido-. 
-Ma io non ci riesco. Però tu continua, ti prego-. 
-Vedi Louiselle, l'amore degli artisti è grande e intenso, ma dura solo il tempo che serve per completare un quadro-. 
-Non capisco, spiegati, che vuol dire?- chiese Louiselle. 
-L'artista è come una mantide, che divora l'amante dopo essersene servita per la sua vanità di perpetuare la specie. Così, nello stesso istante in cui Renoir pose la sua firma sul dipinto, io divenni piccola piccola e mi ritrovai prigioniera del quadro. E così persi l'amore, la gioventù e la vita. E dovetti rassegnarmi a passare alla storia con questi compagni che vedi-.
-Ma ora sei felice?- chiese Louiselle accorata.
-Proprio felice, no. Ma cerco di accettare il mio destino. In fondo, potevo anche rifiutare di posare per Renoir. Ma così sono diventata immortale. Non è poco! Non ti pare?-.
-Certo però che stare sempre con le stesse persone, alla fine ci si deve annoiare-. disse Louiselle.
-Fino a poco tempo fa, era così; ma ora faccio parte della grande collezione delle bambole "Gigliette". Lì ho tante amiche, e ne arriva sempre una nuova che ci racconta la sua storia. E poi c'è Simon, il Re dei pagliacci. No, non ho davvero il tempo di annoiarmi! Ma ora è quasi notte: debbo salutarti. Fra poco si sveglieranno tutti e ti assalirebbero con le loro domande curiose. E tu sei troppo giovane per avere una storia interessante da daccontare. Buonanotte, Louiselle, e tieni per te il mio segreto-.
-Buonanotte Jasmine. Un giorno la mia storia sarà importante, ed allora sarò io a chiamarti-.

venerdì 22 giugno 2018

IL PIANTO DELL'AMORE

IL PIANTO DELL'AMORE
da "STORIE DI BAMBOLE"
di Walter preitano




Bambole della collezione "Gigliette"

       È la storia di due teneri amanti che la stupidità e l'ingiustizia del mondo separarono per sempre. Lui nato in povertà, lei tra gli agi di una casa ricca.
Pierrot era un giovane intraprendente. Aveva accettato la sua povertà con l'animo di chi è disposto a perdonare. Sin da piccolo si era dato da fare per aiutare la sua famiglia, facendo ogni lavoro che gli veniva offerto. Non temeva la fatica. Era svelto e benvoluto da tutti. Ma un giorno, per errore, fu creduto colpevole di aver maltrattato una nobildonna, e Pierrot dovette nascondersi per evitare di dover subire una grave punizione. Ancora una volta l'ingiustizia del mondo si era accanita sul povero Pierrot.
Non è che avesse paura delle botte o della prigione! Il suo timore era quello di non potere aiutare la sua famiglia per troppo tempo. E nel suo nascondiglio Pierrot si esercitò nell'arte del mimo: un'arte che lo aveva affascinato fin da quando, bambino, ne aveva visto uno esibirsi nella piazzetta del suo quartiere.
Così un giorno, quando si sentì pronto, si tinse il volto di bianco e si guardò allo specchio: quella, forse per sempre, sarebbe stata ora la sua nuova faccia! E pianse. E le lacrime, assorbite dal trucco, si fissarono su di esso. Così, il volto di Pierrot, rimase per sempre un volto triste.
Da un vecchio vestito bianco ricavò il suo costume; ci aggiunse un vecchio collo di merletto e si coprì il capo. E così truccato, si recò in piazza per dare sfoggio della sua nuova arte. E tutti i giorni cambiava quartiere, per paura di essere riconosciuto.
La sua arte piaceva, e i bimbi, alla fine della rappresentazione, lo gratificavano con applausi e monetine.
-Bravo, torna domani, verremo a vederti ancora-. gli dicevano. E tutte le sere Pierrot, quando tutti dormivano, entrava in casa sua di soppiatto e metteva i suoi pochi spiccioli sul tavolo della cucina, cosicchè la mamma li avrebbe trovati l'indomani, appena alzata. E per sè tratteneva l'indispensabile per il suo bisogno.
Ma tutto questo lo teneva lontano dai suoi affetti e Pierrot non sapeva per quanto tempo ancora. E la notte per il giovane Pierrot, era più triste del giorno.
Girando per ogni piazza, un giorno Pierrot capitò in un quartiere molto elegante. E in quei quartieri, si sa, i bimbi giocano poco per le strade. Sicchè Pierrot si esibì sotto lo sguardo attento e curioso di un cagnolino che muoveva la testa assecondando i gesti dell'artista. Ma, alla fine della rappresentazione, un forte applauso sgorgò spontaneo da una finestra di una grande villa. Pierrot ringraziò e prese a raccogliere le sue cose, pensando che quella sera non avrebbe avuto nulla da portare a casa. Ma dal sontuoso cancello della villa usci di corsa una giovinetta che gli si fece incontro. Dapprima Pierrot si fermò impaurito, ma dopo riconobbe la dolcezza e la bontà e si tranquillizzò.
-Come ti chiami?- chiese la giovane.
-Pierrot. Ma ti prego, non dirlo- rispose Pierrot.
-Che strano!- esclamò la ragazza -Io mi chiamo Pierrette. Ti prego Pierrot, mima per me. Non ho mai visto tanta eleganza nei gesti di un artista-.
E Pierrot raccontò con i gesti, una tenera storia d'amore che colpì il cuore della giovane Pierrette. Ma l'animo di Pierrot era triste, ed egli dette alla storia un triste finale. E Pierrette si commosse:
-Perchè la tua storia finisce così?- chiese.
-Perchè il mondo è ingiusto, piccola Pierrette. Le storie dei poveri non dipendono dai poveri!- rispose Pierrot.
-Ma la vita è bella! E l'amore è gioia per tutti, ricchi e poveri. Sei ingiusto con i tuoi amanti!- lo rimproverò Pierrette.
-Forse hai ragione-. disse Pierrot -Il mio animo è mal disposto. Vivo da solo, e non so immaginarmi una compagna che sia disposta a dividere con me il mio triste destino. Solo un grande amore potrebbe cambiare la mia vita! Ma chi potrà mai innamorarsi di una maschera così triste!-.
Pierrot raccontò la sua storia. E senza che lei se ne rendesse conto, alcune lacrime bagnarono il volto di Pierrette.
-Che strano!- le disse Pierrot -I poveri subiscono le ingiustizie e i ricchi piangono-.
-Forse anche tu sei ingiusto con i ricchi- le rispose Pierrette -Non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Forse anche i ricchi debbono difendersi dalle insidie del mondo. E lo fanno da ricchi, che è solo una posizione di privilegio-.
-Sarà!- esclamò Pierrot -Ma se tutti i ricchi avessero il tuo animo gentile, forse il mondo girerebbe per un altro verso. Ora debbo andare: non posso indugiare troppo a lungo in una stessa piazza. Sei stata la cosa più bella che mi sia accaduta da tanto tempo. Addio Pierrette, e grazie-.
Ma prima di andarsene, la baciò sul volto bagnato e le disse ancora: -La tristezza non è per te, dolce Pierrette!- e si incamminò. La piccola Pierrette si accarezzò il volto, quasi a voler catturare il calore di quelle labbra.
-Pierrot, Pierrot...-, chiamò Pierrette; -ti prego, torna domani e ti prometto un grande pubblico di bimbi. Verrai, Pierrot? Anche se per l'ultima volta?-.
-Può darsi, non so-, rispose Pierrot. E scomparve nel buio.
Com'era possibile che una giovane tanto ricca gli avesse toccato il cuore! "Forse" pensava Pierrot "aveva ragione lei: il mondo è fatto di gente buona e gente cattiva. E forse, poco importa che sia ricca o povera".
E visse la notte e il giorno dopo, nel ricordo di Pierrette, e gioiendo al pensiero di incontrarla ancora.
Così, quella sera, tornò nella stessa piazza. Come aveva promesso Pierrette, era colma di bimbi. Ma tutti facevano cerchio e già applaudivano. Pierrot se ne stette in un cantuccio ed osservò deluso: un altro mimo gli aveva sottratto la piazza. Ma la cosa che lo colpì fu che l'artista vestiva le sue stesse vesti e si era appropriato del suo trucco. Poi, incredulo, Pierrot capì.
Era Pierrette. Solo lei avrebbe potuto vestirsi della sua stessa tristezza!
Si avvicinò. I due si guardarono teneramente e piansero lacrime non viste. Insieme mimarono amori felici ed ebbero successo tra i grandi e i più piccini.
-Portami con te, Pierrot-. disse Pierrette -Voglio seguirti dovunque ed essere felice con te-.
E Pierrot non ebbe la forza di dissuaderla, tanto il suo cuore era colmo di gioia.
Così, Pierrot e Pierrette, si fecero promessa del più grande amore che, ancora oggi, Parigi ricordi. Ed insieme, in povertà, portarono l'amore nelle piazze; e sempre più la gente li amava e li applaudiva.
Ma il loro era un amore troppo grande per non suscitare l'invidia di animi aridi e cattivi! Così, un giorno, mentre rappresentavano il loro amore, furono interrotti dall'arrivo dei gendarmi.
Pierrot fuggì, e la dolce Pierrette fu ricondotta alla sua villa. E il suo pianto disperato non addolcì i cuori. Così, i due teneri amanti furono separati per sempre. E mai più, se non in sogno, sentirono battere i loro cuori per la grande gioia del loro amore. Ma nessuno dei due rinunciò mai al proprio costume ed al proprio trucco. E si costrinsero, nel ricordo, a vivere nella triste maschera di Pierrot e Pierrette. E ancora oggi, gli animi più sensibili, possono udire il lamento dei due amanti che affidano al vento ed alle stelle cadenti, il loro pianto disperato e i loro messaggi d'amore. Ma nel giorno di San Valentino, le loro anime prendono forma per testimoniare così il trionfo dell'amore sulla malvagità.

venerdì 1 giugno 2018

IL CONCERTO (storie di bambole)

                           Da "Storie di bambole"
Le bambole sono creazioni di Licia Preitano e fanno parte della collezione "Gigliette" 
IL CONCERTO 

 

Bambola della collezione "Gigliette"

-Brava Josephine!-. -Sei fantastica, Josephine!-. 
La folla era in visibilio! Il concerto di Josephine era stato perfetto. Nulla del genere si era mai visto negli ultimi anni. Un successo senza precedenti! Quella voce, quella pelle nera come l'ebano e levigata come il marmo, quel viso dolce ed epressivo, quel profilo, quell'eleganza! Tutto era piacevole in Josephine! Tutte le donne l'avrebbero voluto amica, e tutti gli uomini amante.
Lo spettacolo era finito da un pezzo, e ancora gli applausi continuavano. Josephine era stanca, ma si inchinava e ringraziava ancora, Poi, finalmente, il sipario si chiuse senza più riaprirsi. Era finita! Anche quella fatica era finita! Dietro le quinte, ancora gli applausi di tutti coloro che avevano contribuito al successo della grande star. E poi, il camerino.
Josephine si chiuse la porta alle spalle ed abbracciò la mamma che l'aspettava orgogliosa.
-Brava, piccola mia! Anche tuo padre sarebbe stato orgoglioso di te!-.
-Povero papà! Ne ha visto di tutti i colori in questo Paese!-. Josephine si fermò a pensare. -Ma non facciamoci illusioni, mamma: questa non è la vittoria della nostra gente, ma solo il successo di un'artista!-.
-Ma forse è cambiato qualcosa, qui. È tanto tempo che manchiamo! Forse la gente ha cominciato a capire ...-.
-Mamma, non c'è niente da capire. Ma è così difficile! Siamo così diversi! È come tra ricchi e poveri, e noi siamo i poveri del mondo! Dio ci ha voluto fare poveri! E come i poveri hanno soggezione dei ricchi, noi abbiamo soggezione dei bianchi. E sarà sempre così! Si dice che un giorno la razza nera sarà più numerosa di quella bianca. Questo è sicuro, ma è sicuro anche che non cambierà niente. Bastano pochi ricchi per tenere a bada un intero popolo di poveri. E i poveri si inchinano sempre davanti ai ricchi. È la storia del mondo che ce lo insegna! Non facciamoci illusioni, mamma. In Sudafrica è così, e sarà così dovunque, per sempre. E quando un povero, per sua fortuna, diventa ricco, allora passa dalla parte dei ricchi e viene accolto a braccia aperte e con rispetto. E non importa il colore della sua pelle, nè le sue origini. E' un ricco e basta. E come il povero sogna di svegliarsi ricco, perchè è stanco di essere umiliato ed emarginato, così, diciamolo pure, mamma, il nero sogna di svegliarsi bianco. Almeno per passare inosservato e non essere più additato come diverso. La verità è che siamo stanchi di essere diversi! Ma il nostro vero problema è che ci sentiamo diversi. Perchè non urliamo con forza che i diversi sono loro?- .
-Forse perchè lo hanno fatto loro per primi!- rispose rassegnata la mamma.
-Hai ragione, mamma. Comunque sia, il successo di una sera non cambia il rapporto tra i due mondi. La gente stasera ama me, non il mio popolo! Non ho fatto niente per il mio popolo stasera!-.
E Josephine abbracciò ancora la madre, singhiozzando.
-Non piangere, piccola mia. Goditi il tuo successo- le disse la madre, battendole dolcemente la mano sulle schiena.
Josephine prese la mamma per le spalle e le disse:
-Voglio dedicare a papà questo mio successo. Stasera non voglio festeggiare tra la gente, ma desidero raccogliermi in chiesa e rendere omaggio a mio padre. Ho voglia di parlare con lui, di sentirlo vicino. Forse saprò se lui ha perdonato a questa gente! E forse mi insegnerà a contenere il mio rancore e il mio risentimento. Noi possiamo solo perdonare! È il nostro destino! Ma ci vuole tanta forza per perdonare dal profondo del cuore, e tanta fede. Anche se, in questo mondo, la fede è dei perdenti!-.
Josephine cominciò a struccarsi, Poi si fermò un attimo con la mano sospesa:
-I ricchi si nutrono di cibo, i poveri si nutrono di fede!-.
Poi continuò ad armeggiare sapientemente con le sue creme e i sioi belletti.
-Che vestito vuoi che ti prepari?- chiese la madre.
-Niente vestito, mamma. Una gonna, una camicetta e uno scialle, saranno più che sufficienti-.
-Ma dovrai andare a cena. Non vuoi essere elegante come sempre?-.
-No, mamma. Mangeremo un panino in uno snack, poi tu andrai in albergo ed io andrò in chiesa. Chiama André, ti prego-.
La madre aprì la porta del camerino e si rivolse all'uomo che vegliava sulla sicurezza di Josephine:
-André, Josephine ti vuole-.
André dette uno sguardo in giro e, dopo aver controllato che tutto era tranquillo, entrò nel camerino:
-Sì, Josephine?-.
-André, io andrò in chiesa stasera. Niente ristorante. Ti rifarai domani: ti lascerò un'intera mattinata tutta per te-.
-Come vuoi, Josephine-, disse Andrè. E uscì di nuovo a piantonare.
-Mamma, ti prego, raccontami di papà. Io non ho ricordi di lui!-.
-Ma perchè vuoi angustiarti, piccola mia? Questa doveva essere una serata di festa!-.
-No, mamma, questa è una giornata di lutto, per me. Il successo in questo Paese mi ha fatto ripiombare nei ricordi del passato. E quelli sono ricordi di dolore e di lutto. Ti prego, racconta-.
-Come vuoi, piccola mia. Tu eri molto piccola quando siamo arrivati in questo Paese. Non camminavi ancora, eri molto buffa ...-.
-Mamma, parlami di papà, ti prego-.
-Tuo padre era un uomo forte e saggio, ed io ero orgogliosa di lui. Era riuscito a portarmi qui, superando ogni sorta di difficoltà. Eravamo affamati, al nostro paese! Tu rischiavi di morire! Qui fummo clandestini per molto tempo. Abitavamo in uno scantinato con altri undici disperati, tra grandi e piccini. Tuo padre usciva la mattina e tornava la sera. Faceva ogni sorta di lavoro. E quando tornava portava qualche soldo e tanta amarezza: "Ci insultano", ripeteva spesso. Ma per fortuna non era sempre così! A lui bastava che qualcuno gli facesse un sorriso, per tornare a casa contento e pieno di speranza. Noi lo aspettavamo chiusi in quel tugurio, prigionieri senza colpa e senza condanna. Eravamo in compagnia, e il disagio si sentiva meno. Tuo padre sperava che, prima o poi, potessimo uscire e passeggiare per la città a testa alta. Ma questo era un miraggio che si allontanava sempre più! Poi, un giorno, tuo padre tornò a casa piangendo. Era stato trattato male da un gruppo di giovani. Ma la sua rabbia era che non aveva potuto difendersi. Lui non era abituato ad accettare certi soprusi! Era un fiero guerriero, abituato a combattere, al suo paese. Io gli dissi di cambiare città, di andare più al sud. Sapevamo che al sud c'era più comprensione per la nostra gente. Ma lui diceva che al sud non c'era lavoro e che bisognava stare lì. Poi, una sera, lo aspettammo invano! Il suo sogno si era infranto! Perchè, piccola mia, il sogno era stato sempre e solo suo. Io avevo capito subito che non c'era da aspettarsi tanto!-.
Josephine piangeva, in preda ad una profonda tristezza.
-E ora dov'è papà?-, chiese alla mamma. -Lo sai, piccola mia, te l'ho detto tante volte!-. -Dimmelo ancora, ti prego, mamma-. E la donna sospirò e proseguì il racconto: -Gli amici mi hanno aiutato a spedire il suo corpo al nostro paese. Ora riposa vicino alla casa dove sua madre l'aveva partorito; in uno di quei campi che lo avevano visto orgoglioso di essere nero e forte. Ma perchè vuoi sentire queste cose?-. Anche la madre era commossa e ricordava con fatica.
-Voglio essere preparata davanti a lui. Voglio che il suo giudizio sia anche su queste cose-, le rispose Josephine.
-Ma questa sarebbe solo vendetta, figlia mia. Tuo padre non chiederebbe mai vendetta! Era un uomo orgoglioso, ma non vendicativo! Non mostrarti cattiva verso il mondo: lui non lo apprezzerebbe. Ti avrebbe voluto insegnare ad avere rispetto per gli altri, e a pretenderlo per te. Ma sempre nei limiti degli insegnamenti del Vangelo di Dio-.
-Certo, certo, mamma!-, commentò Josephine.
La chiesa era deserta, a quell'ora. Il prete concesse a Josephine una luce sul piccolo altare alla sinistra dell'altare maggiore. Non c'era il Cristo in croce, ma l'effigie di un Giuseppe paziente e di una Maria orgogliosa.
Josephine si inginocchiò, si fece il segno della croce, giunse le mani ed abbassò il capo.
-Perdonami Signore, se per una volta non mi rivolgo a te. Ma in questo momento sento di avere bisogno del giudizio degli uomini, per capire. Ho bisogno di sapere quali sentimenti li guidano, quali angosce li tormentano-.
Quindi si rivolse a suo padre:
-Padre mio, aiutami a capire, ti prego. Su quale altare sei stato sacrificato tu? Che cosa, il tuo sacrificio doveva insegnare all'uomo? Cosa debbo fare per riscattare il tuo nome e il nostro popolo? Aiutami, ti prego!-.
La testa sempre bassa, coperta dal lungo scialle bianco; le mani giunte e le dita intrecciate, strette fino a farle male. Sentiva una grande serenità dentro di sè, ed era disposta ad ascoltare.
D'un tratto, sobbalzò. Una voce profonda, alle sue spalle, dava risposta alla sua angoscia:
-Figlia mia, non c'è cattiveria nè odio, dentro di me. Ma solo rammarico per non aver potuto mostrare l'orgoglio della mia gente e il suo grande desiderio di regalare al mondo tutto l'amore di cui è capace. Non spetta a te riscattare i nostri fratelli neri! Non potrà mai, una piccola mano, cambiare le cose! Potrà riuscirci solo un grande spirito se, come un'immensa coltre, avvolgerà tutti gli uomini del mondo. Per ora spera in Dio e goditi il tuo successo-.
Josephine non aveva avuto il coraggio di girarsi. La voce era pacata, serena, dolce. Era la voce di un padre. Ma quando la voce si spense, Josephine si girò. L'uomo che aveva parlato, si allontanava; il capo era coperto da un mantello di tela.
-Padre, padre mio!-.
Josephine corse dietro all'uomo per abbracciarlo. E quando gli fu alle spalle, quello si voltò.
L'uomo era bianco e con la barba. Josephine fu sorpresa e, per un attimo, pensò che tutto fosse stato uno scherzo, e rimase delusa. Poi, lo riconobbe: era l'uomo del dipinto; quel Giuseppe discriminato, deriso, ma paziente; quel Giuseppe che aveva dato senza chiedere niente, e che aveva solo sperato, perchè nulla dipendeva dalla sua piccola storia.
E Josephine capì che alle sue domande non avrebbe potuto rispondere l'uomo: si inginocchiò ancora e pregò Iddio.

L'ALBA CHE AVANZA

L'ALBA CHE AVANZA                 L'alba è la luce che annuncia la vita, tu non la vedi ch...