Visualizzazione post con etichetta racconti per bambini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti per bambini. Mostra tutti i post

martedì 26 giugno 2018

WILLY IL PICCOLO CAPITANO

 WILLY IL PICCOLO CAPITANO
 Da "Margie e le storie di vita vissuta"
 di Walter Preitano

 
Disegno di Manuel Preitano

-Allora, mamma, chi era Willy? Perché si chiamava il piccolo capitano?-.
-Perché amava tanto il mare e le navi, e soprattutto quelle a vela-
-Il suo papà ne aveva una?-. 

-No, non era una famiglia così ricca-. 
-Ma è una storia di vita vissuta anche questa?-. 
-Credo che di queste storie se ne possono raccontare a centinaia nel Paese in cui succede-. 
-Allora racconta , mamma-. 
-Ma tu stai sotto le coperte. Dunque:
La scuola sarebbe finita fra qualche giorno, e già si respirava aria di vacanze..-.
-Mi piacciono le storie che cominciano così. Sono le più belle- esclamò Margie.
La mamma sorrise e continuò: -...E come sempre succede in tutti i Paesi e a tutte le latitudini, anche in Irlanda e nel nostro caso a Belfast, per la gente che poteva permetterselo, la vacanza significava evasione dalla quotidianità ma, soprattutto, voglia di vedere altre realtà. In altre parole, un bel viaggio.
E pure se la città di Belfast si affaccia sul piccolo mare d’Irlanda, che come sappiamo separa l’isola d’Irlanda dall’Inghilterra, per quell’anno la famiglia di Willy aveva programmato di visitare le coste della nostra bella Italia. Ma già da tempo, da quando ancora l’inverno mordeva con i suoi denti gelati, in casa Mac Mallan si sognava attorno al caminetto, costruendo itinerari e sfogliando libri con le immagini delle cose belle di cui è piena la penisola a forma di stivale-.
-Cioè l’Italia- disse prontamente Margie.
-Giusto. Quella domenica il sole sembrava appena uscito da un bagno ristoratore, dopo le piogge dei giorni precedenti. E tutta la città, o almeno quella parte della città che Willy riusciva a vedere dalla sua veranda, aveva indossato l’abito buono per far bella figura con la sua gente-.
-Che vuol dire, mamma? Chi aveva indossato l’abito buono?-.
-Si dice così quando il sole esalta i colori delle case e il verde dei prati. È proprio come quando si indossa l’abito della festa. E la gente è felice quando la sua città si mostra in tutta la sua bellezza.
Ma Willy guardò lontano, verso il mare. Riusciva a percepire i rumori che venivano dai cantieri navali situati in prossimità della costa. Tante volte si era immaginato capitano di un veliero, con la sua elegante divisa con i bottoni d’oro e il berretto con la visiera. Era il suo sogno segreto. Un giorno la mamma lo aveva sorpreso in camera sua che urlava ordini alla ciurma perché il mare era in tempesta e la sua nave in pericolo. Willy si era vergognato, quella volta, e si era scusato con la mamma per avere urlato; ma la mamma si era fatta seria in volto e gli aveva detto: “Capitano, bisogna essere duri con la ciurma se si vogliono salvare la nave e la pellaccia”.
Willy, risollevato, aveva accettato lo scherzo e aveva sostenuto il gioco:
“Sì, nostromo, queste onde maledette rischiano di spezzare l’albero di maestra. Riducete la vela e tenete la rotta”.
“Agli ordini, capitano”. Anche la mamma ci aveva preso gusto.
Willy aveva proseguito nella finzione, agitando le braccia per dare maggior peso alle parole:
“Togliete il timone dalle mani di quel pivello, questo non è il momento della ricreazione”.
Ma quella parola magica lo aveva riportato sulla terra ferma. La ricreazione! Da sempre il momento più bello in un giorno di scuola-.
-È vero, mamma. Non vediamo l’ora che arrivi- esclamò Margie facendo seguire alle parole un lungo sospiro.
-Lo so, lo so.- disse la mamma -Quella parola aveva portato Willy lontano dai marosi e dalla tempesta, e così il gioco era finito. Willy era certo che un giorno avrebbe solcato il mare con un veliero. Suo padre lo portava spesso al porto: era sempre pieno di barche e di navi d'ogni genere e di tutte le stazze-.
-Cosa sono le stazze, mamma?- chiese Margie.
-La stazza rappresenta il volume interno della nave e di conseguenza la quantità di merci che questa può trasportare; per questo si esprime in tonnellate. Ma Willy si soffermava solo davanti a quelle con le grandi vele raccolte, e sognava. Il padre era stato imbarcato su una trialberi, e dai suoi racconti Willy si era fatto un’idea precisa di tutti gli elementi che costituiscono una nave a vela. Conosceva i nomi di ogni piccola parte e di ogni strumento di bordo. E poi, era particolarmente attratto dal gergo marinaresco, che lo faceva sentire uomo e lo esaltava-.
-Che cos’è il gergo marinaresco?- chiese Margie interessata..
-Il gergo marinaresco è il modo di parlare degli uomini di mare, che è fatto di parole e frasi caratteristiche di quel mestiere.
A Willy piacevano molto i libri che raccontavano le avventure della gente di mare. Il suo preferito era Moby Dik, la balena bianca, del quale possedeva un'edizione molto ridotta ma splendidamente illustrata, anche perché uno dei protagonisti era un marinaio irlandese. Ecco perché il suo sguardo si rivolgeva sempre verso il porto e verso i cantieri navali.
Quando la mamma gli portò la colazione, Willy fece un sospiro. La mamma si commosse e gli disse:
<<Devi avere pazienza; anche la pazienza fa parte della vita marinara. Anzi, spesso in mare ce ne vuole tanta, soprattutto su una nave a vela. Tuo padre ti ha raccontato come tutto dipenda dal vento e dalla sua voglia di soffiare per gonfiare le vele. Se non si ha pazienza, veleggiare non è il mestiere giusto>>.
<<Sì, lo so, mamma. Ma ci vuole tanto tempo per diventare grandi!>> disse Willy.
<<Non dire queste cose, Willy, altrimenti non ti godi i tuoi anni. Ogni età va vissuta con entusiasmo, perché ogni età è ricca del suo mondo. Ricordati che nessuno può tornare indietro a riprendersi ciò che ha lasciato; perciò non conviene saltare le stagioni della vita>>.
<<Ma presto sarò grande, ed allora andrò per mare a scoprire terre molto lontane>>.
<<Per la verità non c’è più tanto da scoprire>> disse la mamma <<E poi cerca di non allontanarti troppo>>.
<<Perché? Hai paura, mamma?>> chiese Willy felice di aver provocato quel sentimento in una persona adulta.
<<Tutte le mamme hanno paura e temono per i loro figli>> rispose la mamma.
<<Ma la nostra terra è un’isola, mamma, circondata dal mare; noi siamo nati per costruire barche e navi, per navigare, per andare a caccia di balene, per... >>.
<<Sì, Willy, ma i tempi cambiano; gli uomini hanno fatto tante cose perché l’esigenza lo richiedeva, ma molte di esse oggi non sono più così indispensabili. Come la caccia alle balene, per esempio. Tra l’altro non è più neanche un’attività redditizia, oggi. Insomma, bisogna adattarsi alle necessità della gente, fare ciò di cui tutti hanno bisogno. Anche navigare oggi non ha più il sapore dell’avventura: non siamo più ai tempi di Cristoforo Colombo, quando il mondo conosciuto era solo una piccola parte e il resto era tutto da scoprire. Oggi si naviga per divertimento o per trasportare merci. Tuttavia c’è ancora chi ha tanta passione per il mare e sogna di affrontarlo e di vincere la sua forza. Come te, a quanto vedo>>.
<<Sì, mamma>> disse Willy soddisfatto. Poi, pensieroso, domandò: <<Mamma, perché l’uomo ha costruito le barche?>>.
<<Credo per necessità e per curiosità. Con la barca l’uomo poteva portarsi dove il pesce era più abbondante, e questo gli permetteva di nutrire meglio la sua famiglia, e poi all’uomo è sempre piaciuto spostarsi e scoprire cose nuove. La curiosità è il vero motore della vita dell’uomo; senza di essa forse non conosceremmo ancora le meraviglie di questo mondo. E poi l’uomo ha sempre cercato di migliorarsi e di primeggiare tra tutti gli animali della terra. Ricordi le palafitte?>>.
<<Sì>> rispose prontamente Willy <<Erano case di legno costruite sopra dei lunghi pali, così gli animali non potevano salire>>.
-Anche io lo sapevo- intervenne orgogliosa Margie.
-Willy si sentiva importante, perchè stava discutendo di cose da grandi.
<<Sì, servivano proprio a questo le palafitte>> disse la sua mamma <<Allora l’uomo era debole e cercava di difendersi dagli animali feroci e predatori. Ma poi, piano piano, con la sua intelligenza, ha saputo costruire dimore sempre più sicure e resistenti. E così ha fatto con ogni cosa>>.

<<Mamma, anche in Irlanda c’erano le palafitte?>> chiese Willy.
<<No, non credo. Intanto perché qui sulla nostra isola non ci sono mai stati animali feroci da cui difendersi, e poi perché quest’isola è rimasta disabitata per tanto tempo. Forse perché nessuno la conosceva, o forse perché nessuno pensava che un giorno sarebbe diventata così bella. Noi ci abbiamo creduto e l’abbiamo abitata. Ma abbiamo dovuto lavorare sodo. E ora ne siamo orgogliosi e soddisfatti. Tutti gli irlandesi amano la loro terra. Per questo ogni cittadino d’Irlanda, quando si allontana dalla sua isola, non vede l’ora di tornarci>>.
Willy inghiottì l’ultimo boccone e bevve il suo succo d’arancia. Poi salì in piedi sulla sedia e con la mano sulla fronte a mo’ di visiera, urlò:




 
<<Teeeeeeeeerra, teeeeeeeerra...>>.
Quindi scese dalla sedia ed alzò lo sguardo verso un punto imprecisato ma molto lontano:
<<Tu della coffa, di che terra parli?>>. Willy tornò ancora sulla sedia e, guardando verso il basso esclamò: 

<<Della terra d’Irlanda, signore. È illuminata dal sole ed è bella più che mai>>. 
-Che cos’è la coffa, mamma?- chiese Margie. 
-La coffa è una grande cesta che sta in cima all’albero di maestra, cioè a quello più alto; al suo interno si alternano i marinai per scrutare il mare. Ma ancora una volta Willy scese dalla sedia e guardò dritto davanti a sé, in direzione della mamma; quindi urlò ancora:
<<Ciurma, il nostro viaggio è finito. Abbiamo superato tempeste e marosi, abbiamo subito le bonacce, ma con la forza delle nostre braccia e la volontà di vivere abbiamo riportato a terra le nostre vecchie carcasse...>>
-Carcasse, bonacce... ma cosa sono?>> chiese Margie curiosa.
-Si tratta di quel parlare marinaresco di cui ti dicevo prima. Per carcasse si intendono i corpi degli uomini della ciurma, e la bonaccia è quella condizione atmosferica caratterizzata dalla assenza totale di vento. E come sai, senza vento le navi a vela non possono navigare. Ma Willy continuò-.
<<..Così stanotte saremo tutti vicini ai nostri cari, sulla nostra amata isola. Nostromo, voglio che sia quel giovane marinaio, quel pivello, a condurci a terra, così tutti potranno rendersi conto di che pasta è fatta la gioventù irlandese>> Poi rivolto al giovane marinaio: <<Ragazzo, tieni la barra dritta alla via, perché la tua terra è in linea con la prora di questa nave>>.
Willy si fermò un attimo pensieroso, poi concluse:
<<Il capitano ringrazia la ciurma per avergli fatto riabbracciare la sua mamma>>.
La mamma allungò le braccia e disse commossa: <<Vieni, piccolo capitano, e bentornato in questo porto sicuro>>.

-Cosa intendeva la mamma di Willy? In quale porto era arrivato?- chiese Margie.
-Nel porto più sicuro che possa esistere, quello dove tutti i bimbi trovano riparo: le braccia della mamma-.
-È vero! Bravo Willy. Anche a me piacerebbe andare in giro a scoprire cose nuove. Magari diventerò anch’io un vero capitano- esclamò la piccola Margie. Poi fece un sospiro, saltò in piedi sul letto e rivolta alla mamma, con il braccino alzato, urlò:
-Ciurma, il capitano ha fame. Portategli molte fette biscottate con burro e marmellata. Fate presto, prima che le onde facciano affondare la nave-.
La mamma scoppiò in una gran risata: -Agli ordini signore. Ma voi riguardatevi perché la nave ha bisogno di una guida sicura-. -Ciurma, qual è la prossima storia?-. 

-Sarà la storia di Amico mio, signore-. 
-Bene, ciurma, non vedo l’ora di ascoltarla!-.
Margie smise di fingere ed esclamò: -Amico mio! Che strano titolo ha questa storia-.

lunedì 7 maggio 2018

LA BELLA MAGDALENA (racconto per bambini)

Da "Margie e le storie di vita vissuta"


LA BELLA MAGDALENA

 











  


disegno di Manuel Preitano

 -Hai finito le faccende?- urlò Margie, stanca di attendere.
-Insomma! Volendo non si finirebbe mai di sfaccendare- rispose la mamma -Dunque, qual è la storia?-.
-La storia di Magdalena, mamma. Te lo sei già scordato?-
-No no, lo ricordo bene. E tu ricordi a che proposito ti ho parlato di Magdalena?-.
-Sì, a proposito che le storie degli uomini spesso dipendono dai comportamenti di altri uomini-.
-Ed è proprio così, Margie. Dunque ascolta:
Magdalena era una cavallerizza, una bellissima ragazza che incantava gli spettatori con la sua bellezza e la disinvoltura con cui faceva le sue evoluzioni su di un magnifico cavallo bianco. Lei era figlia del circo, nel senso che era nata in una di quelle roulotte che fanno cerchio attorno al grande tendone. La sua mamma e il suo papà erano la coppia di trapezisti più famosa di quell’epoca. Erano famosi non solo perché erano bravi, ma perché rischiavano tutte le sere proponendo esercizi sempre più difficili-.
-Ma sotto c’è la rete- obiettò Margie.
-Sì, ma anche cadere sulla rete a volte può essere pericoloso. Comunque, fin da piccola, Magdalena si era appassionata ai cavalli e trascorreva quasi tutta la sua giornata con loro. Aveva anche inventato un modo di dialogare con quegli animali. Infatti i cavalli non solo la stavano ad ascoltare, ma a volte scuotevano la testa, a volte nitrivano, a volte pestavano con gli zoccoli. Insomma, che si capissero o no, tra i cavalli e la piccola Magdalena c’era un rapporto meraviglioso. Già a cinque anni, ancora
molto piccola, aveva cominciato a cavalcare, e tutti dicevano che i cavalli sembravano felici di portare a spasso quel piccolo tesoro. Addirittura, senza che lei glielo chiedesse, i cavalli riuscivano ad emozionarla con piccole evoluzioni.
Quando Magdalena aveva compiuto il suo dodicesimo anno di età, i suoi genitori avevano cominciato a ragionare con lei del suo futuro. Naturalmente avrebbero voluto che la loro bimba ricalcasse le loro orme, e che diventasse una grande trapezista. La loro esperienza infatti le sarebbe stata preziosa. Ma Magdalena era stata subito categorica:
<<Voglio fare la cavallerizza>> aveva detto con fermezza. In fondo c’era da aspettarselo, visto che trascorreva tutto il suo tempo in compagnia dei cavalli! E l’unica amarezza per i suoi genitori era stata quella di non poterle insegnare il mestiere. Loro amavano i cavalli, come tutta la gente del circo, ma non conoscevano le tecniche necessarie per diventare una buona cavallerizza. Tuttavia avevano accettato le decisioni della piccola Magdalena.
Dopo qualche mese era arrivato Panna, un cavallo bianco di una bellezza mai vista. Lo aveva comprato il proprietario del circo e lo aveva affidato a Magdalena:
<<Se sei capace e hai talento, con questo cavallo potrai stupire il mondo>> le aveva detto.
Tra Panna e Magdalena si era instaurato subito un rapporto di grande sintonia e di affetto; sembrava che vivessero l’uno per l’altra. E su Panna, Magdalena aveva cominciato ad esercitarsi, aiutata dai più esperti cavallerizzi del circo. I due imparavano presto, e già dopo alcuni mesi gli era stata concessa la loro prima apparizione in pubblico. Una piccola cosa, naturalmente, ma che aveva strappato gli applausi degli spettatori soprattutto per l’affiatamento che mostrava la coppia.
Non ci era voluto molto perché Magdalena e il suo cavallo facessero parlare di sé.
Presto il loro era diventato uno dei numeri più belli dello spettacolo di quel circo, e il pubblico fremeva in attesa che la coppia entrasse in pista. Magdalena si esercitava per molte ore tutti i giorni.
Nei cartelloni che pubblicizzavano lo spettacolo, c’era ritratta Magdalena che eseguiva il salto mortale sulla schiena del suo amico Panna. Ecco, la nostra storia comincia da qui, da quando cioè Magdalena era diventata una grande attrazione, una vera e propria star, contesa da tutti i proprietari di circo che avevano avuto la fortuna di apprezzarne la bravura e la professionalità. Sembrava che nulla potesse arrestare la carriera di quella giovane cavallerizza. Sembrava che per molti anni ancora nessuno avrebbe potuto eguagliarla. Ma gli stessi onori venivano tributati a Panna: un cavallo che eseguiva un galoppo perfetto e costante, e che dava il massimo della sicurezza alla sua compagna. Tutte le cavallerizze lo avrebbero voluto.
Una sera, una sera in cui il tendone era pieno fino all’inverosimile di bambini venuti da tutti i paesi vicini, Panna e Magdalena entrarono in pista con la solita grinta e la solita eleganza. Magdalena sorrideva sempre durante i suoi esercizi, mentre Panna teneva la testa bassa e rivolta verso l’interno della pista. Questo gli dava un aspetto regale e creava un’atmosfera emozionante.
Magdalena era bellissima nel suo costume cosparso di pagliuzze scintillanti. Dopo avere strappato molti applausi con una serie di evoluzioni di grande valore artistico, i due si apprestarono ad eseguire il loro numero più prestigioso. Questo si svolgeva al buio, mentre lo scintillio delle pagliuzze disegnava la sagoma di Magdalena. Panna conosceva a memoria l’esercizio, e la sua grande classe gli consentiva di mantenere il passo anche a luci spente. Così fu annunciato il difficile esercizio, le luci si spensero e, dopo il consueto applauso di incoraggiamento, cominciò il rullo dei tamburi. Ebbe inizio il primo giro di pista durante il quale la coppia si affiatava e trovava il giusto passo e la giusta cadenza. Poi il secondo giro, che serviva a Magdalena    per    trovare    l’equilibrio    e    la concentrazione. Il pubblico era silenzioso e rapito: si sentiva il rumore degli zoccoli di Panna, attutito dalla segatura di cui era cosparsa la pista; ma anche la vocina di Magdalena che, in qualche modo riusciva a dialogare con il suo compagno. E finalmente ebbe inizio il terzo e ultimo giro, mentre i tamburi aumentavano il loro ritmo contribuendo a creare un’atmosfera di grande attesa. Gli spettatori udirono Magdalena contare fino a tre e poi la videro librarsi nell’aria, leggera come una piuma d’uccello.
Quindi la videro raggomitolarsi due volte su se stessa e compiere così, con la sua solita grazia, il doppio salto mortale. Ma nell’attimo in cui le evoluzioni di Magdalena finivano e alla brava cavallerizza non rimaneva altro che ricadere sulla schiena del suo cavallo, un bimbo lanciò il suo orsacchiotto di peluche sulla pista, colpendo Panna all’altezza del ginocchio anteriore. L’impatto non fu doloroso per il cavallo, ma gli mise paura, e l’effetto fu devastante. L’animale si allontanò dalla pista e deviò dalla sua linea di galoppo; Magdalena non trovando più la schiena amica, cadde pesantemente sull’orlo della pista-.
-Si è fatta molto male, mamma?- chiese Margie.
-Purtroppo per lei sì! Infatti quello fu l’ultimo spettacolo di Magdalena e la sua ultima apparizione sulla pista di un circo-.
-Che peccato, mamma! E al bimbo cos’hanno fatto?-
-Cosa puoi fare ad un bimbo? Piuttosto i suoi genitori furono rimproverati per non aver saputo tenere a bada il loro piccino. Ma poi tutto rientrò nel grande mistero del destino, che decide la storia degli uomini-.
-Ma è stato il bambino, non il destino-.
-Sì, è vero, quella volta il destino si era presentato nelle vesti di un piccino che ne aveva avuto abbastanza del suo orsacchiotto di peluche.
Voglio dire che le azioni le compiono gli uomini, e che pertanto sono responsabili di ciò che accade a loro e agli altri, ma che forse ciò che ci accade sta scritto nel libro del nostro destino. Pensa: quella sera, quell’ora,    quel    bimbo,    quei    genitori, quell’orsacchiotto, quel buio, quel cavallo che in quel preciso istante transitava davanti al bimbo, quel salto già compiuto, quel rullo di tamburi eccetera eccetera. Forse sarebbe bastato che uno solo di questi elementi fosse venuto a mancare, perché tutto filasse liscio. Ma si dice che quando le cose debbono succedere, tutto stranamente combacia, nei modi e nei tempi-.
-È vero, perché, se non mi fosse caduto il quaderno a terra, la mia maestra non avrebbe visto gli scarabocchi. E poi, guardava proprio dalla mia parte, e si era appena messa gli occhiali-.
-Proprio così, anche se resta il fatto che non si debbono fare gli scarabocchi nel quaderno, come non si debbono lanciare gli orsacchiotti o altri oggetti sulla pista di un circo-.
-E Magdalena dov’è andata?-.
-Oh, gli esseri umani hanno mille risorse! Dopo i primi giorni di sconforto infatti, e dopo aver pianto tanto, cominciò una nuova vita: quella dell’istruttrice.
Ma tutto cominciava sempre col far capire alle giovani allieve quanto fosse importante amare il proprio cavallo e trascorrere con lui buona parte del tempo libero-.
-E Panna?-.
-Panna si rifiutò per sempre di farsi cavalcare da qualcuno che non fosse la sua Magdalena. E quando la sua amica gli era in groppa, si muoveva molto lentamente, quasi si rendesse conto che per colpa della sua paura la bellissima Magdalena aveva dovuto smettere di stupire il mondo-.
Ma Magdalena e Panna non smisero mai di lavorare insieme, e divennero la coppia di istruttori più famosa del mondo.
-Mamma, come si intitola la prossima storia?-





LA PROSSIMA STORIA SI INTITOLA
"IL COLORE DEL MARE"

mercoledì 2 maggio 2018

IL CLOWN FARFALLINO (racconto per bambini)

 Da "Margie e le storie di vita vissuta"
 
disegno di Manuel Preitano

IL CLOWN FARFALLINO

  -Mamma, tu conosci storie di clown? Mi piacerebbe sentirne una- chiese Margie molto interessata e incuriosita.
  -Il nonno mi raccontava sempre la storia del clown Farfallino. Non era un clown famoso, anche perché lavorava in un circo  piccolo e poco conosciuto; ma era ben voluto da tutti, sia dai suoi compagni che dai bimbi che andavano a vederlo. Lui non era nato nel circo, ma vi era entrato molto giovane.
Era rimasto solo nella vita, e pertanto cercava una famiglia. E il circo lo aveva accolto con amore e simpatia e lo aveva integrato nel suo mondo. Aveva cominciato la sua nuova vita facendo ogni tipo di lavoro: accudiva i cavalli, dava una mano quando veniva alzato il tendone, aiutava a pulire le gabbie degli animali. Insomma, ogni tipo di lavoro gli andava bene e lo faceva con diligenza ed entusiasmo. In quel circo c’era un clown, un vecchio clown stanco e senza più tanto entusiasmo per lo spettacolo e per la vita del circo. Il suo numero ormai non faceva più ridere: e un clown deve far ridere sempre. Il padrone lo aveva invitato più volte a ritirarsi e a rimanere nel circo a dare una mano; e lui gli aveva promesso che presto avrebbe accettato il suo consiglio. E così, senza che lui ci avesse mai pensato, il nostro Farfallino era stato istruito a fare il clown-.
  -Ma si chiamava proprio Farfallino? È un nome buffo- chiese Margie.
  -E infatti doveva esserlo. Il padrone lo aveva chiamato così. Il suo vero nome non lo ha mai saputo nessuno-.
  -Ma perché proprio Farfallino?-.
  -C’era un motivo. Durante il suo numero veniva sollevato e sospeso in aria da alcune funi invisibili, e lui agitava le braccia  come fossero le ali di una farfalla. E così Farfallino aveva iniziato la sua vita di clown. 
Un giorno, quando si era fatto più grande, si era innamorato di una giovane che non faceva parte del circo. Si era sposato e il padrone, quale regalo di nozze, gli aveva comprato una roulotte nuova. Dopo un anno circa era nata una bellissima bimba; Farfallino si era sentito l’uomo più felice della terra, perché era riuscito con l’aiuto del buon Dio e la solidarietà degli uomini del circo a ricreare una vera famiglia. Ma quando la bimba aveva compiuto il suo primo anno di età, la moglie aveva proposto a Farfallino di lasciare il circo e di trovare un nuovo lavoro e una vera casa. Ma Farfallino non se l’era sentita, perché ormai il circo era diventato la sua casa, il suo mondo, il suo lavoro, la sua vita. Dopo qualche giorno la donna lo aveva abbandonato, e lui era rimasto da solo con la sua bimba-.
  -È stata cattiva quella donna!- esclamò Margie.
  -Non giudicare mai dalle apparenze, Margie- disse la mamma- Non è facile per tutti adattarsi ad una vita così particolare come quella del circo e vivere in una casina così piccola e senza alcuna comodità. Quella donna ci aveva provato, mettendoci tanto amore e tanta buona volontà; ma purtroppo non ce l’aveva fatta. Infatti Farfallino non le aveva serbato rancore, ed aveva accettato il suo destino.
La bimba cresceva bene ed era molto bella.
Farfallino aveva voluto istruirla, e non potendo farle frequentare una scuola regolare per via che il circo si spostava sempre, le pagava un insegnante privato durante la lunga sosta invernale. Voleva che la sua bimba non si legasse al circo e per lei pensava ad una vita più comoda nel libero mondo degli uomini-.
  -Perché, lui non era un uomo libero?- chiese Margie.
  -Sì, così sembrava. Ma il suo mondo era tutto racchiuso in quel piccolo spazio delimitato dai carri del circo. Lui era libero, ma la sua vita in fondo non lo era. Ecco perché per la sua bimba aveva sperato in una vita diversa. Ma non aveva immaginato che ciò potesse succedere tanto presto. Il destino infatti volle che un bel giorno Cristina incontrasse un giovane e se ne innamorasse-.
  -Si chiamava Cristina la bimba?-.
  -Hai ragione, non te l’avevo detto. Sì, si chiamava Cristina. Il giovane era bello, onesto e benestante, e sembrava molto innamorato di Cristina. Per lei aveva pensato anche ad una istruzione più completa e ad un diploma. E anche se tutto questo era in fondo ciò che Farfallino aveva sperato per la sua bimba, pur tuttavia avrebbe finito col ritrovarsi ancora una volta solo e senza famiglia.
Poi arrivò il giorno: Cristina fece  le valigie e si sedette sulle ginocchia del padre come aveva sempre fatto fin da quando era bambina:
  <<Grazie papà>> gli disse <<Sei stato un padre bravo e generoso. So quanto hai dovuto faticare per tirarmi su e per farmi crescere bene, e so anche quanto sia grande il dolore che ti sto dando. Ma tu hai rinunciato a tutto pur di farmi avere una vita diversa, e quindi questo dev’essere anche il tuo giorno più bello, perché il tuo sogno si sta avverando. Ti amerò sempre, papà, e non ti scorderò mai>>.
I due si abbracciarono e piansero insieme. Ma prima che Cristina andasse via, Farfallino prese un suo vecchio cappello, lo pulì per bene, quasi lo accarezzò, e poi lo diede alla figlia dicendo:
  <<Piccola mia, questo è il buffo cappello con il quale ho cominciato la mia vita da clown. Con questo in testa ho avuto la gioia di far divertire tanti bambini. Ed è anche merito di questo cappello se ho potuto farti crescere bene e darti un’istruzione. Non ho altro da darti, bambina mia, ma voglio che tu lo tenga per ricordo di questo papà pagliaccio>>.
  <<Lo terrò caro, papà>> disse Cristina commossa <<e lo mostrerò con orgoglio ai miei figli, se Dio vorrà mandarmene>>.
Poi, con le lacrime agli occhi, lasciò definitivamente il padre e il mondo del circo.
Nella sua solitudine e con il cuore triste, Farfallino si sedette davanti allo specchio e cominciò a truccarsi, perché lo spettacolo non si ferma mai. Quella maschera avrebbe nascosto la sua tristezza mescolandola con quella del clown.
Il suo numero prevedeva, come spesso accade nei numeri dei clown, che egli dovesse piangere: acqua che, con un trucco, usciva a fontanella dai suoi occhi. Era sempre un momento molto buffo, e a quel punto i bimbi ridevano e si divertivano. Ma in mezzo a quell’acqua, quella sera, dagli occhi del clown Farfallino uscirono tante lacrime vere: lacrime di dolore e, chissà, forse anche lacrime di gioia. Ma nessuno se ne accorse e tutti risero e si divertirono come al solito-.
  -Forse gli conveniva tenere il trucco per sempre, per non mostrare il suo dolore- disse Margie mentre i suoi occhi diventavano lucenti.
  -E perché? Il dolore e la tristezza sono cose di questo mondo, e non bisogna vergognarsene; nascondere il volto non serve a nulla perché  il dolore e la tristezza condizionano comunque i tuoi comportamenti. Insomma, sarebbe ancora una volta come fare lo struzzo: ti ricordi come fa lo struzzo?-.
  -Sì,- rispose Margie- mi ricordo: mette la testa sotto la sabbia e crede che così nessuno lo vede-.
  -Brava Margie-.
  -Sai mamma, non credevo che le storie degli uomini di circo fossero così belle-.
  -Sono storie di uomini, Margie, storie di vita vissuta. Ma contrariamente a quanto succede nelle fiabe, le storie degli uomini spesso dipendono dalle azioni degli altri uomini, come nel caso della bella Magdalena-.
  -Chi era Magdalena?-.
  -Adesso non abbiamo tempo; ma quando avrò finito le faccende te la racconterò-.
  -O no, mamma! Non puoi rimandare le faccende? Per favore!-.
  -No, Margie. Non sarebbe giusto. Visto che sono costretta a rimanere a casa per accudire la mia bimba, tanto vale che sfrutti l’occasione per smaltire un po’ d’arretrato-.
  -Uffa! Però fai presto, mamma, altrimenti mi sale la febbre-.

Prossima storia
LA BELLA MAGDALENA

L'ALBA CHE AVANZA

L'ALBA CHE AVANZA                 L'alba è la luce che annuncia la vita, tu non la vedi ch...