WILLY IL PICCOLO CAPITANO
Da "Margie e le storie di vita vissuta"
di Walter Preitano
Disegno di Manuel Preitano
-Allora, mamma, chi era Willy? Perché si chiamava il piccolo capitano?-.
-Perché amava tanto il mare e le navi, e soprattutto quelle a vela-
-Il suo papà ne aveva una?-.
-No, non era una famiglia così ricca-.
-Ma è una storia di vita vissuta anche questa?-.
-Credo che di queste storie se ne possono raccontare a centinaia nel Paese in cui succede-.
-Allora racconta , mamma-.
-Ma tu stai sotto le coperte. Dunque:
La scuola sarebbe finita fra qualche giorno, e già si respirava aria di vacanze..-.
-Mi piacciono le storie che cominciano così. Sono le più belle- esclamò Margie.
La mamma sorrise e continuò: -...E come sempre succede in tutti i Paesi e a tutte le latitudini, anche in Irlanda e nel nostro caso a Belfast, per la gente che poteva permetterselo, la vacanza significava evasione dalla quotidianità ma, soprattutto, voglia di vedere altre realtà. In altre parole, un bel viaggio.
E pure se la città di Belfast si affaccia sul piccolo mare d’Irlanda, che come sappiamo separa l’isola d’Irlanda dall’Inghilterra, per quell’anno la famiglia di Willy aveva programmato di visitare le coste della nostra bella Italia. Ma già da tempo, da quando ancora l’inverno mordeva con i suoi denti gelati, in casa Mac Mallan si sognava attorno al caminetto, costruendo itinerari e sfogliando libri con le immagini delle cose belle di cui è piena la penisola a forma di stivale-.
-Cioè l’Italia- disse prontamente Margie.
-Giusto. Quella domenica il sole sembrava appena uscito da un bagno ristoratore, dopo le piogge dei giorni precedenti. E tutta la città, o almeno quella parte della città che Willy riusciva a vedere dalla sua veranda, aveva indossato l’abito buono per far bella figura con la sua gente-.
-Che vuol dire, mamma? Chi aveva indossato l’abito buono?-.
-Si dice così quando il sole esalta i colori delle case e il verde dei prati. È proprio come quando si indossa l’abito della festa. E la gente è felice quando la sua città si mostra in tutta la sua bellezza.
Ma Willy guardò lontano, verso il mare. Riusciva a percepire i rumori che venivano dai cantieri navali situati in prossimità della costa. Tante volte si era immaginato capitano di un veliero, con la sua elegante divisa con i bottoni d’oro e il berretto con la visiera. Era il suo sogno segreto. Un giorno la mamma lo aveva sorpreso in camera sua che urlava ordini alla ciurma perché il mare era in tempesta e la sua nave in pericolo. Willy si era vergognato, quella volta, e si era scusato con la mamma per avere urlato; ma la mamma si era fatta seria in volto e gli aveva detto: “Capitano, bisogna essere duri con la ciurma se si vogliono salvare la nave e la pellaccia”.
Willy, risollevato, aveva accettato lo scherzo e aveva sostenuto il gioco:
“Sì, nostromo, queste onde maledette rischiano di spezzare l’albero di maestra. Riducete la vela e tenete la rotta”.
“Agli ordini, capitano”. Anche la mamma ci aveva preso gusto.
Willy aveva proseguito nella finzione, agitando le braccia per dare maggior peso alle parole:
“Togliete il timone dalle mani di quel pivello, questo non è il momento della ricreazione”.
Ma quella parola magica lo aveva riportato sulla terra ferma. La ricreazione! Da sempre il momento più bello in un giorno di scuola-.
-È vero, mamma. Non vediamo l’ora che arrivi- esclamò Margie facendo seguire alle parole un lungo sospiro.
-Lo so, lo so.- disse la mamma -Quella parola aveva portato Willy lontano dai marosi e dalla tempesta, e così il gioco era finito. Willy era certo che un giorno avrebbe solcato il mare con un veliero. Suo padre lo portava spesso al porto: era sempre pieno di barche e di navi d'ogni genere e di tutte le stazze-.
-Cosa sono le stazze, mamma?- chiese Margie.
-La stazza rappresenta il volume interno della nave e di conseguenza la quantità di merci che questa può trasportare; per questo si esprime in tonnellate. Ma Willy si soffermava solo davanti a quelle con le grandi vele raccolte, e sognava. Il padre era stato imbarcato su una trialberi, e dai suoi racconti Willy si era fatto un’idea precisa di tutti gli elementi che costituiscono una nave a vela. Conosceva i nomi di ogni piccola parte e di ogni strumento di bordo. E poi, era particolarmente attratto dal gergo marinaresco, che lo faceva sentire uomo e lo esaltava-.
-Che cos’è il gergo marinaresco?- chiese Margie interessata..
-Il gergo marinaresco è il modo di parlare degli uomini di mare, che è fatto di parole e frasi caratteristiche di quel mestiere.
A Willy piacevano molto i libri che raccontavano le avventure della gente di mare. Il suo preferito era Moby Dik, la balena bianca, del quale possedeva un'edizione molto ridotta ma splendidamente illustrata, anche perché uno dei protagonisti era un marinaio irlandese. Ecco perché il suo sguardo si rivolgeva sempre verso il porto e verso i cantieri navali.
Quando la mamma gli portò la colazione, Willy fece un sospiro. La mamma si commosse e gli disse:
<<Devi avere pazienza; anche la pazienza fa parte della vita marinara. Anzi, spesso in mare ce ne vuole tanta, soprattutto su una nave a vela. Tuo padre ti ha raccontato come tutto dipenda dal vento e dalla sua voglia di soffiare per gonfiare le vele. Se non si ha pazienza, veleggiare non è il mestiere giusto>>.
<<Sì, lo so, mamma. Ma ci vuole tanto tempo per diventare grandi!>> disse Willy.
<<Non dire queste cose, Willy, altrimenti non ti godi i tuoi anni. Ogni età va vissuta con entusiasmo, perché ogni età è ricca del suo mondo. Ricordati che nessuno può tornare indietro a riprendersi ciò che ha lasciato; perciò non conviene saltare le stagioni della vita>>.
<<Ma presto sarò grande, ed allora andrò per mare a scoprire terre molto lontane>>.
<<Per la verità non c’è più tanto da scoprire>> disse la mamma <<E poi cerca di non allontanarti troppo>>.
<<Perché? Hai paura, mamma?>> chiese Willy felice di aver provocato quel sentimento in una persona adulta.
<<Tutte le mamme hanno paura e temono per i loro figli>> rispose la mamma.
<<Ma la nostra terra è un’isola, mamma, circondata dal mare; noi siamo nati per costruire barche e navi, per navigare, per andare a caccia di balene, per... >>.
<<Sì, Willy, ma i tempi cambiano; gli uomini hanno fatto tante cose perché l’esigenza lo richiedeva, ma molte di esse oggi non sono più così indispensabili. Come la caccia alle balene, per esempio. Tra l’altro non è più neanche un’attività redditizia, oggi. Insomma, bisogna adattarsi alle necessità della gente, fare ciò di cui tutti hanno bisogno. Anche navigare oggi non ha più il sapore dell’avventura: non siamo più ai tempi di Cristoforo Colombo, quando il mondo conosciuto era solo una piccola parte e il resto era tutto da scoprire. Oggi si naviga per divertimento o per trasportare merci. Tuttavia c’è ancora chi ha tanta passione per il mare e sogna di affrontarlo e di vincere la sua forza. Come te, a quanto vedo>>.
<<Sì, mamma>> disse Willy soddisfatto. Poi, pensieroso, domandò: <<Mamma, perché l’uomo ha costruito le barche?>>.
<<Credo per necessità e per curiosità. Con la barca l’uomo poteva portarsi dove il pesce era più abbondante, e questo gli permetteva di nutrire meglio la sua famiglia, e poi all’uomo è sempre piaciuto spostarsi e scoprire cose nuove. La curiosità è il vero motore della vita dell’uomo; senza di essa forse non conosceremmo ancora le meraviglie di questo mondo. E poi l’uomo ha sempre cercato di migliorarsi e di primeggiare tra tutti gli animali della terra. Ricordi le palafitte?>>.
<<Sì>> rispose prontamente Willy <<Erano case di legno costruite sopra dei lunghi pali, così gli animali non potevano salire>>.
-Anche io lo sapevo- intervenne orgogliosa Margie.
-Willy si sentiva importante, perchè stava discutendo di cose da grandi.
<<Sì, servivano proprio a questo le palafitte>> disse la sua mamma <<Allora l’uomo era debole e cercava di difendersi dagli animali feroci e predatori. Ma poi, piano piano, con la sua intelligenza, ha saputo costruire dimore sempre più sicure e resistenti. E così ha fatto con ogni cosa>>.
<<Mamma, anche in Irlanda c’erano le palafitte?>> chiese Willy.
<<No, non credo. Intanto perché qui sulla nostra isola non ci sono mai stati animali feroci da cui difendersi, e poi perché quest’isola è rimasta disabitata per tanto tempo. Forse perché nessuno la conosceva, o forse perché nessuno pensava che un giorno sarebbe diventata così bella. Noi ci abbiamo creduto e l’abbiamo abitata. Ma abbiamo dovuto lavorare sodo. E ora ne siamo orgogliosi e soddisfatti. Tutti gli irlandesi amano la loro terra. Per questo ogni cittadino d’Irlanda, quando si allontana dalla sua isola, non vede l’ora di tornarci>>.
Willy inghiottì l’ultimo boccone e bevve il suo succo d’arancia. Poi salì in piedi sulla sedia e con la mano sulla fronte a mo’ di visiera, urlò:
<<Teeeeeeeeerra, teeeeeeeerra...>>.
Quindi scese dalla sedia ed alzò lo sguardo verso un punto imprecisato ma molto lontano:
<<Tu della coffa, di che terra parli?>>. Willy tornò ancora sulla sedia e, guardando verso il basso esclamò:
<<Della terra d’Irlanda, signore. È illuminata dal sole ed è bella più che mai>>.
-Che cos’è la coffa, mamma?- chiese Margie.
-La coffa è una grande cesta che sta in cima all’albero di maestra, cioè a quello più alto; al suo interno si alternano i marinai per scrutare il mare. Ma ancora una volta Willy scese dalla sedia e guardò dritto davanti a sé, in direzione della mamma; quindi urlò ancora:
<<Ciurma, il nostro viaggio è finito. Abbiamo superato tempeste e marosi, abbiamo subito le bonacce, ma con la forza delle nostre braccia e la volontà di vivere abbiamo riportato a terra le nostre vecchie carcasse...>>
-Carcasse, bonacce... ma cosa sono?>> chiese Margie curiosa.
-Si tratta di quel parlare marinaresco di cui ti dicevo prima. Per carcasse si intendono i corpi degli uomini della ciurma, e la bonaccia è quella condizione atmosferica caratterizzata dalla assenza totale di vento. E come sai, senza vento le navi a vela non possono navigare. Ma Willy continuò-.
<<..Così stanotte saremo tutti vicini ai nostri cari, sulla nostra amata isola. Nostromo, voglio che sia quel giovane marinaio, quel pivello, a condurci a terra, così tutti potranno rendersi conto di che pasta è fatta la gioventù irlandese>> Poi rivolto al giovane marinaio: <<Ragazzo, tieni la barra dritta alla via, perché la tua terra è in linea con la prora di questa nave>>.
Willy si fermò un attimo pensieroso, poi concluse:
<<Il capitano ringrazia la ciurma per avergli fatto riabbracciare la sua mamma>>.
La mamma allungò le braccia e disse commossa: <<Vieni, piccolo capitano, e bentornato in questo porto sicuro>>.
-Cosa intendeva la mamma di Willy? In quale porto era arrivato?- chiese Margie.
-Nel porto più sicuro che possa esistere, quello dove tutti i bimbi trovano riparo: le braccia della mamma-.
-È vero! Bravo Willy. Anche a me piacerebbe andare in giro a scoprire cose nuove. Magari diventerò anch’io un vero capitano- esclamò la piccola Margie. Poi fece un sospiro, saltò in piedi sul letto e rivolta alla mamma, con il braccino alzato, urlò:
-Ciurma, il capitano ha fame. Portategli molte fette biscottate con burro e marmellata. Fate presto, prima che le onde facciano affondare la nave-.
La mamma scoppiò in una gran risata: -Agli ordini signore. Ma voi riguardatevi perché la nave ha bisogno di una guida sicura-. -Ciurma, qual è la prossima storia?-.
-Sarà la storia di Amico mio, signore-.
-Bene, ciurma, non vedo l’ora di ascoltarla!-.
Margie smise di fingere ed esclamò: -Amico mio! Che strano titolo ha questa storia-.

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