martedì 26 giugno 2018

UN AMICO MI CHIESE QUELLA NOTTE


UN AMICO MI CHIESE QUELLA NOTTE....
Pensieri e parole

      Eravamo in gita, e la notte era stellata. Seduti accanto ad un fuoco morente, con una birra in mano, parlavamo del più e del meno. D'un tratto una stella si staccò dal cielo e cadde disegnando una lunga scia luminosa.
-Quella stella muore- mi disse assorto l'amico mio -e lascia dietro di sè ogni ricordo-.
-No- dissi io -quella stella è morta da tanto tempo, dopo essere stata in cielo a lungo per fare felici gli amanti e i curiosi della natura. E quel ricordo sparisce in un lampo. Ma tutto ciò che nasce è destinato a morire. Per l'uomo il poeta disse "Nasce l'uomo ed è causa di morte il nascimento". Ma il pensiero si può allargare ad ogni cosa che appare quando prima non c'era, cioè a tutto ciò che ha un principio- E poi aggiusi sottovoce -Non necessariamente una vita-.
-Ma tu cosa ne pensi della morte? Non mi dire che non ci hai mai pensato!- mi chiese l'amico mio, forse con troppa leggerezza.
Mi sentii preso alla sprovvista. Non mi sembrava il caso trattare l'argomento a quell'ora della notte e con una bottiglia di birra in mano. Ma dopo qualche istante in cui le cose del mio mondo mi si presentarono come in un vecchio film con l'alternanza del bianco e nero e il colore, dandomi appena il tempo di focalizzare un fatto, un volto, un evento, risposi lentamente, quasi farfugliando come stessi parlando con me stesso.
      -Ci ho pensato spesso...- dissi, convinto che con poche frasi mi sarei svincolato dalla morsa del pensiero -...e ho sempre avuto un pessimo rapporto con la morte; ma ultimamente, da quando cioè ho superato la soglia dei sessant’anni, esso è diventato addirittura litigioso. È proprio che non sopporto l’idea, non la capisco e mi fa paura-.
-Bè, a tutti fa paura la morte- esclamò l'amico mio, richiamando nel mio conscio il tormento del dubbio.
-È vero- dissi -ma il fatto è che anche con Dio il mio rapporto non è mai stato dei migliori: nei suoi confronti sono quasi sempre critico, spesso scettico. Ma forse la mia idea di Dio è stata troppo influenzata dalla chiesa cattolica, e mi viene difficile costruirmene una soltanto mia, come vorrei e come ho sempre tentato di fare. Comunque non riesco a capire un Dio senza dimensioni, sfaccendato o intento a trattenere gli astri perché stiano al loro posto. Insomma, ogni idea di Dio che riesco a costruirmi nella mia immaginazione, sfocia sempre nel grottesco. Eppure capisco e sento quanto per l’uomo sia stato e sia importante il desiderio di credere in un Dio-.
-Vuoi parlare di Dio?- mi chiese l'amico.
La domanda mi mise in allarme, perchè conoscevo bene le convinzioni religiose dell'amico mio e conoscevo anche il suo dotto pensiero e la sua grazia nell'argomentare. Pertanto cercai di salvarmi dalla trappola, come succede a coloro che hanno la colpa di dubitare. Ma ciononostante rischiai di mettere il piede nella tagliola.
-No, forse non vorrei- risposi -Ma credo che senza un Dio di mezzo ogni discorso sulla vita e sulla morte sarebbe inutile- e mi fermai a meditare. Poi, costringendo lo sguardo sul mio amico, ripresi -Vedi, mi sono sempre chiesto "Ma cosa fa un Dio? Come trascorre il suo tempo? Di che materia è fatto, se di materia è fatto? E se no, com'è possibile per l’uomo costruirsi un’immagine di Dio?". L'uomo infatti sa confrontarsi e rapportarsi solo con tutto ciò che è materia. A mio modo di vedere chi va oltre lo fa per paura, camuffata con una buona dose di ipocrisia-.
-Ma a Dio si crede e basta, senza porsi tante domande. Si vuole che sia Dio-.
-Ecco, io non ci arrivo tutto d'un fiato, e vorrei andare a piccoli passi. L’idea che Dio sia soltanto spirito mi fa venire in mente i fantasmi, che si allungano e si accorciano adattandosi agli ambienti e alle esigenze del momento. L’idea poi che Dio sia alito vitale, mi fa soltanto tenerezza: non riesco ad immaginarmi un Dio che soffia sul semino per infondergli la forza di germogliare, come facevano gli antichi quando impararono a procurarsi il fuoco. Ed allora cosa sarebbe questo Dio? Anzi, cos’è, dal momento che io mi ostino a voler credere alla sua esistenza per potere argomentare della vita e di conseguenza della morte? Tuttavia un’idea di Dio così poco definita, così fumosa, non può che mettere paura all’idea della morte. Ma soprattutto è deleteria la mancanza assoluta di fede in un mondo ultraterreno. Mi sono sempre chiesto se quest’idea valga per tutti gli esseri viventi, e non soltanto per l’uomo che tra tutti gli esseri risulterebbe così privilegiato. Ecco, quest’idea dell’essere privilegiato non mi è mai andata giù. Per sostenerla bisognerebbe accettare l’assunto che l’uomo sia stato creato con uno scopo particolare, e finalizzare così la sua esistenza su questa infinitesima parte del firmamento-.
-Io ho sempre creduto che sia così- mi disse il mio amico.
-Lo so, ma io non ci riesco; anzi, al contrario, sarei più propenso a credere che rispetto ad una ipotetica programmazione primordiale, l’uomo sia sfuggito al sistema. Altrimenti dovrei pensare che lo scopo dell’uomo sia quello di limitare nel tempo l’esistenza della vita sulla terra. Insomma, una specie di virus che evolve e si moltiplica, e che non potrà che portare a morte l’ospite, cioè la terra stessa. Questo infatti darebbe certamente ragione del suo comportamento irresponsabile.
-Qui non posso darti torto, ma non coinvolgerei la natura-.
-A me piace pensare alla natura come responsabile della vita. Ma la morte? Mi chiedo sempre cosa significhi. E tuttavia continuo a pensare che essa non sia uguale per tutti. Ma stavolta i più fortunati sarebbero coloro che hanno vissuto una vita di emarginazione e di stenti: gli ultimi della terra insomma. Sì, è proprio qui il punto: la morte fa tanto più paura quanto più caro è il mondo che si abbandona. Ma non la ritengo una manifestazione di gretto egoismo, anche se per qualcuno è possibile che lo sia, ma l’angoscia di non avere ancora chiuso i conti con la storia, di avere ancora qualcosa da dire e da fare, di essere ancora utili a se stessi e agli altri. Perché morire in queste condizioni? Potrei capire la morte qualora non vi fosse più vita dentro di noi, qualora tutto si fosse assopito, persino l’interesse a destarsi per affrontare un altro giorno di assoluta inutilità. Sì, forse a quel punto non mi chiederei neanche cosa significhi la morte, perché essa sarebbe già nei fatti, e forse mi risparmierebbe la fatica di dover nutrire, quanto meno d’aria, il mio corpo. Ma è sempre più raro che queste condizioni si verifichino nel susseguirsi naturale degli eventi, nel consumo fisiologico dell’essere. Piuttosto, assai più spesso, si arriva a tale stadio terminale a causa dei tanti morbi diffusi sulla terra, e che l’uomo non è stato in grado di contrastare. E qui Dio non c’entra! L’uomo riesce a procurarsi il male senza l’intervento di Dio: lo inventa, lo produce e lo diffonde. Forse sta proprio qui il succo di quanto dicevo prima: l’uomo sa come distruggersi e come distruggere la vita. E si ostina ad esercitare questa sua conoscenza, questo suo privilegio intellettivo, con un masochismo che ha quasi del programmato. Ed ecco che la morte smette comunque di essere un evento naturale. Ma in fondo, a parte ogni digressione sull'argomento, che l’uomo nasca e debba morire è un concetto assolutamente condivisibile, quasi necessario per il suo rapporto con la terra. Ma morire senza aver vissuto la vita, senza averla vissuto abbastanza, fino a stufarsi, non è per me comprensibile. Il nulla, quando un istante prima era ancora tutto! Sì, ho proprio un brutto concetto della morte!-
-Sono certo che un giorno sarai più onesto con te stesso e con Dio- mi disse il mio amico -Cerchi di dare una giustificazione razionale al dubbio che ti sovrasta e ti tormenta, quasi facendotene una colpa. Ma credo che la tua colpa sia solo quella del persistere in tale atteggiamento, perchè nel dubbio ogni credente onesto si è temprato-.
Non replicai, perchè non avrei saputo come argomentare in quella notte stellata. E conclusi:
-Un giorno ti chiederò il tuo pensiero. So bene che mi dirai cose diverse, ma la voglia di ascoltare non mi manca-.
-Bè,- mi disse lui -dovrò fare un bel ripasso e dare ordine ad un mucchio di idee se vorrò starti alla pari-.
Ridemmo insieme, quindi ci alzammo, sazi perfino di quel manto di stelle, e ci avviammo verso la vita che ci attendeva ignara e serena, distesa in un comodo letto a due piazze.

Questo era il mio pensiero nell'anno 2001 quando avevo appena sessant'anni, oggi che ho raggiunto l'età di 76 anni, il mio rapporto con la morte in quanto tale è assai più sfumato. Oggi la paura è solo quella di soffrire nelle ore, o giorni, o mesi, che precederanno l'evento, ma peggio ancora, di far soffrire chi mi ama. Il mio rapporto con Dio invece non è cambiato, forse perchè ero distratto quando qualcosa mi è stata lanciata da lassù per saziare e vestire a festa il mio Credo.

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