NATALE ANNI '50
L'albero era sempre vero al tempo mio, e
il suo profumo si spandeva per tutta la casa già quando i due omini del fioraio
lo ponevano nel vaso accanto alla porta-finestra del soggiorno. Mia madre ci
teneva molto ed andava a sceglierlo personalmente. Voleva che il Natale fosse
la festa dei bimbi, senza troppi moralismi. Certo, c'era l'alea del carbone per
i più monelli, ma era un'evenienza alla quale credevamo tutti poco. All'indomani
iniziava il rito della vestizione: palle, palline, piccoli oggetti che evocavano
la festa, gli angeli con le ali quasi sempre aperte, e finalmente le candeline, batuffoli di cotone idrofilo disseminati su ogni piccolo e grande ramo a simigliar la neve.
Era un'operazione assai faticosa che prevedeva l'uso di una scala e di vari
sgabelli. Per mettere la punta, provvista di stella cometa, bisognava eseguire
un numero da saltimbanco, soprattutto per l'altezza della cima. Le candeline
venivano inserite in un cilindretto con la base a molletta e venivano attaccate
ad un rametto. Allora non esistevano le lucine elettriche e le candeline
venivano accese solo nella tarda serata della cosiddetta vigilia. Molti regali
venivano appesi ai rami e il loro ritrovamento prevedeva l'urlo della vittoria.
Si trattava allora di piccoli doni, piccoli desideri che la mamma era riuscita
a strappare a noi bimbi con qualche stratagemma. Qualche regalo un po' più
ingombrante veniva posto sul pavimento ai piedi dell'albero. C'era sempre
qualche zio a farci compagnia e ad aiutare nella riuscita della festa. Ed era
proprio lo zio di turno che ci spingeva in cucina e ci ammoniva a non venirne
fuori perchè si era visto in giro Babbo Natale che non ammetteva di essere
colto sul fatto. Dopo circa una mezzoretta di clausura, si cominciava a sentire
l'odore degli aghi che bruciavano centrati dalla fiammella delle candeline. Era
il vero profumo del Natale. Non ricordo quale fosse l'incombenza di Donna
Caterina in quel frangente, se aiutava la mamma nella messa a punto della festa
o stava lì con noi a badare che non eccedessimo in entusiasmi. Propendo
tuttavia per questa seconda ipotesi. Intanto cominciava il gioco dei pronostici
e si andava avanti per un bel pezzo. Poi, quando ritenevamo che fosse trascorso
già tanto tempo, ci mettevamo in religiosa attesa. Ogni rumore che proveniva da
oltre la porta ci metteva in agitazione. Ormai era l'ora. Ma forse stancarci faceva
parte della tattica della mamma, per evitare che il troppo entusiasmo
procurasse dei danni. Bisognava infatti stare bene attenti alle candeline e al
loro effetto sull'albero, anche perchè era già successo che da un albero un po'
troppo secco si fosse sprigionato qualche pericoloso inizio di incendio. E
finalmente lo zio: la porta si apriva e -Potete uscire, Babbo Natale è venuto e
crediamo che abbia lasciato dei doni. Ma dovete trovarli, perciò fate piano e
state attenti a non rompere nulla-. E via! Il profumo si faceva inebriante e la
festa anche: urla, qualche lite nei casi dubbi, e poi i grazie, i baci e
gli abbracci. La più felice di tutti era la mamma, che si emozionava davanti
alla nostra gioia e alla nostra soddisfazione. Ancora un'oretta per saggiare il
buon funzionamento dei doni, e poi la buona notte con in mano il nostro nuovo
giochino.
Ma
in casa si dava spazio anche al Presepe, e guai se mancava lo zampognaro per la
novena. La mamma ci pensava per tempo e sceglieva l'ora di musica e di
preghiera. Tutti partecipavamo a comporre il Presepe, collocando i pastorelli e
procurando qualche stranezza che imitasse un laghetto, un corso d'acqua
eccetera. Generalmente veniva usata la carta argentata dei pacchetti di
sigarette, che in casa nostra abbondavano sempre. Non erano mai dei grandi
presepi, ma tutto era bene organizzato e ogni cosa trovava la sua giusta
collocazione. La fantasia della mamma ci metteva sempre qualcosa di originale.
Ma la preghiera non era il forte di quella casa, anche se non mancavano i
giusti riferimenri e i giusti ammonimenti per un comportamento onesto e
generoso nei confronti dei genitori e del prossimo. Si attendeva l'arrivo dello
zampognaro con una certa ansietà, anche perchè l'ora si faceva sempre tarda e
la pancia mormorava.
L'uomo
suonava alla porta e al di là dell'uscio lo si riconosceva poco, almeno le
prime volte. Aveva il viso di un colore rosso bruno, che gli dava poca luce.
Entrava, si sedeva, quasi sempre senza parlare, soffiava dentro alla zampogna e
tirava fuori rumori di vario genere, forse un mixer di musiche per noi
sconosciute (ma penso anche per lui). Ogni tanto riconoscevamo il motivetto e
tentavamo di seguirlo in voce, ma spariva quasi subito e s'inoltrava per vie
musicali a noi assolutamente ignote. Quando smetteva di soffiare e allontanava
il beccuccio dalla bocca, l'aria diventava irrespirabile, come fossimo al
centro di una bettola di terza categoria. Ma finito il suo compito non
rifiutava un ulteriore bicchiere di vino. Ci chiedevamo sempre dove avrebbe trascorso
la notte, sicuri che in quelle condizioni non sarebbe mai arrivato a casa.
Così
era il mio, il nostro Natale. Così era la festa, ma il nostro impegno maggiore
erano i giochi: la tombola, il sette e mezzo, il mercante in fiera, il
cavallino, perfino il poker vi faceva capolino in una forma assolutamente
primitiva, poi migliorata nel tempo. Non era raro vedere in un angolo lontano
da occhi indiscreti, qualcuno che contava i suoi averi per poi benedire o
maledire la sorte. Certo, il fatto di essere in tanti ci consentiva
un'autonomia invidiabile, e solo due cuginetti erano ammessi al tavolo
per tentare la fortuna coi loro spiccioli.
Ogni
tanto la mamma ci ricordava che il tempo trascorreva e c'erano dei compiti da
fare, ma nessuno voleva essere distolto dall'ondata di diletto che aleggiava in
quella casa. Si chiamava festa di Natale e festa doveva essere fino alla fine.
L'epifania aveva per tutti il senso dell'abbandono. Non potevamo aspettarci
altri doni, non c'erano riti che in qualche modo ci coinvolgessero. Tra l'altro
segnava la fine di tutto e puzzava maledettamente di ritorno a scuola.
Walter
Preitano
Messina
13-12-2018
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