sabato 11 agosto 2018

LO STRANIERO


LO STRANIERO
Febbraio 2003
Si tratta di una poesia scritta di getto che ha emozionato me, ma che ha avuto ascolto e attenzione in certi ambienti dai quali da sempre rifuggo.
Ancor quel brutto senso che m’opprime,
quel senso ancora strano che m’angoscia,
quel dubitar del dubbio che s’imprime

e mi percuote l’animo in ambascia.

Stasera m’ero lì con la mia pena

a salutar dell’ultimo saluto

un caro amico che s’uscia di scena
chè l’ultima tenzone avea perduto;

la chiesa straripava di presenti,

ed io mi figurai che in quel contesto
i più per cortesia verso i parenti
avessero aderito al manifesto.

Financo alla politica pensai,

ch’essendo il fratel suo molto impegnato
avesse smosso quel “non si sa mai”

che rende tutto sempre esagerato.

Una chitarra e un flauto traverso,
due voci avvezze ad osannare Dio:
il primo brano già me l’ero perso.
Al centro il corpo dell’amico mio.

I fiori rossi ne facean fioriera

e i punti bianchi, frivole stelline,

gli davan quell’aspetto di bandiera
pel franco trapassare oltre il confine.

Io mi ponea a fianco della gente,

in piedi, come sempre mi succede

per ostinata stirpe impenitente:

mia moglie in fila già rendea mercede.

Un tintinnio di campanelle meste

fece d’avvio ed animò il presepe:

io mi ritrassi, chè il ragionar m’assiste
e il dubitar mi pone oltre la siepe.

Guardàa con sufficienza il gran subire
di quella folla all’ordinar del prete:
inginocchiarsi, battersi e pregare
come le marionette al fil legate.

Così che io vedea la liturgia,

agli occhi miei, quell’atto più formale
che la ragion rifiuta, e che rinvia

un mistico incontrar, per chi s’avvale.

Accanto a me un omaccion cortese
m’offrì d’accomodarmi al fianco suo,
né si stupì di quanto mi sorprese,
chè il dubitar vedea nel volto mio:

e al rifiuto che sdegnò l’offerta
seguì un sorriso di dolcezza franca
che quasi mi lasciò a bocca aperta.
Un diacono salì in veste bianca

e ricordò quell’annunciar del Cristo
ch’ai più promette il ciel: diseredati
ch’avranno se credenti il premio giusto
dopo che in terra furo emarginati.

A parte le parole confortanti,

per cui il dubbio mio non si chetava,
vidi quell’omaccion che in mezzo a tanti
cercava spazio e poi s’inginocchiava;

per la fatica il volto era contratto

ma per la gioia il ciel lo asserenava:
se per felicità si cambia aspetto
quella felicità lui ne mostrava.

All’mprovviso gli occhi mi s’empiro
di lacrime vogliose di sgorgare,
nella mia bocca ritrovai l’amaro

e a nulla mi servì tergiversare.

Attorno a me pregavan gli imploranti,
e mi sentia più d’altri peccatore;

non conoscevo litanie nè canti

e mi sentia d’un tratto usurpatore.

Mi rintanai ch’ognuno avesse agio
ed all’amico mio rivolsi il cuore:
"Se pel pregar t’agevola il viaggio,
 sei fortunato del pregar ch’appare;

ti chiedo di pregar per chi a pregare
rinuncia per timor dell’esternare";
ed in attesa posi il mio pensiero
all’ultima funzion del ministero.

Quando ad un tratto, mentr’io soprappensiero
del forte dubitar già mi dolea

e in quella casa d’essere straniero,

tesa una mano pace m’esprimea,

e appresso a quella, a me ch’ero discosto,
ancora gente che mi sorridea

e pace mi donàa con il suo gesto,

a me, che più nell’ombra mi tenea.

"Pace" io rispondea a quel pretesto,
con una voglia d’abbracciar la gente,
"Pace" io rispondea sorridente

e con felicità rendeva il gesto.

Così d’un tratto mi sentìi leggero
p’aver partecipato il mio sentire
e smisi di sentirmi uno straniero.
Il prete ebbe l’amor di benedire.

Baciai i parenti con discrezione,
chè l’esternar non m’è congeniale,
e visto ch’era chiusa la funzione
attraversai la soglia del portale.

E mentre m’attendea per il saluto
che per amor si dà a chi scompare,
il popolo che s’era convenuto

uscia compunto senza bisbigliare.

E mentre uscian quell’ombre dal Mistero,
ove d’angelico vestir m’avean stupito,
l’umana forma riprendean com’ero;

così che di quel mal mi fui guarito.

Ed io li vidi e l’osservai perplesso;
tutti i mestieri v’eran figurati:

politici, avvocati e quanto appresso,
ma pure commercianti ed impiegati.

La gente insomma, il popol di quartiere
che lì, in quella casa del Signore
offriva pace a me con gran piacere
come s’avesse pace da donare.


E allora ripiombai nel dubitare

chè lì in quel cantuccio dov’io m’ero
tra tanti adorator di quell’altare
forse non ero io il più straniero.

E mi sperai ch’un giorno non lontano,
quel segno dell’amor per l’altra gente,
quell’allungar la mano per la mano
non sia soltanto un atto riverente.

Quel Pietro salutai discretamente

e gli augurai di ritrovar la pace,

la sua, perchè la mia era carente,

e innalzai lo sguardo a quella croce.

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