LO STRANIERO
Febbraio 2003
Si tratta di una poesia scritta di getto che ha emozionato
me, ma che ha avuto ascolto e attenzione in certi ambienti dai quali da sempre
rifuggo.
Ancor quel brutto senso che
m’opprime,
quel senso ancora strano che
m’angoscia,
quel dubitar del dubbio che
s’imprime
e mi percuote l’animo in
ambascia.
Stasera m’ero lì con la mia
pena
a salutar dell’ultimo saluto
un caro amico che s’uscia di
scena
chè l’ultima tenzone avea
perduto;
la chiesa straripava di
presenti,
ed io mi figurai che in quel
contesto
i più per cortesia verso i
parenti
avessero aderito al
manifesto.
Financo alla politica
pensai,
ch’essendo il fratel suo
molto impegnato
avesse smosso quel “non si sa
mai”
che rende tutto sempre
esagerato.
Una chitarra e un flauto
traverso,
due voci avvezze ad osannare
Dio:
il primo brano già me l’ero
perso.
Al centro il corpo dell’amico
mio.
I fiori rossi ne facean
fioriera
e i punti bianchi, frivole
stelline,
gli davan quell’aspetto di
bandiera
pel franco trapassare oltre
il confine.
Io mi ponea a fianco della
gente,
in piedi, come sempre mi
succede
per ostinata stirpe
impenitente:
mia moglie in fila già rendea
mercede.
Un tintinnio di campanelle
meste
fece d’avvio ed animò il
presepe:
io mi ritrassi, chè il
ragionar m’assiste
e il dubitar mi pone oltre la
siepe.
Guardàa con sufficienza il
gran subire
di quella folla all’ordinar
del prete:
inginocchiarsi, battersi e
pregare
come le marionette al fil
legate.
Così che io vedea la
liturgia,
agli occhi miei, quell’atto
più formale
che la ragion rifiuta, e che
rinvia
un mistico incontrar, per chi
s’avvale.
Accanto a me un omaccion
cortese
m’offrì d’accomodarmi al
fianco suo,
né si stupì di quanto mi
sorprese,
chè il dubitar vedea nel
volto mio:
e al rifiuto che sdegnò
l’offerta
seguì un sorriso di dolcezza
franca
che quasi mi lasciò a bocca
aperta.
Un diacono salì in veste
bianca
e ricordò quell’annunciar del
Cristo
ch’ai più promette il ciel:
diseredati
ch’avranno se credenti il
premio giusto
dopo che in terra furo
emarginati.
A parte le parole
confortanti,
per cui il dubbio mio non si
chetava,
vidi quell’omaccion che in
mezzo a tanti
cercava spazio e poi
s’inginocchiava;
per la fatica il volto era
contratto
ma per la gioia il ciel lo
asserenava:
se per felicità si cambia
aspetto
quella felicità lui ne
mostrava.
All’mprovviso gli occhi mi
s’empiro
di lacrime vogliose di
sgorgare,
nella mia bocca ritrovai
l’amaro
e a nulla mi servì
tergiversare.
Attorno a me pregavan gli
imploranti,
e mi sentia più d’altri
peccatore;
non conoscevo litanie nè
canti
e mi sentia d’un tratto
usurpatore.
Mi rintanai ch’ognuno avesse
agio
ed all’amico mio rivolsi il
cuore:
"Se pel pregar
t’agevola il viaggio,
sei fortunato del pregar ch’appare;
ti chiedo di pregar per
chi a pregare
rinuncia per timor
dell’esternare";
ed in attesa posi il mio
pensiero
all’ultima funzion del
ministero.
Quando ad un tratto, mentr’io
soprappensiero
del forte dubitar già mi
dolea
e in quella casa d’essere
straniero,
tesa una mano pace
m’esprimea,
e appresso a quella, a me
ch’ero discosto,
ancora gente che mi sorridea
e pace mi donàa con il suo
gesto,
a me, che più nell’ombra mi
tenea.
"Pace" io rispondea
a quel pretesto,
con una voglia d’abbracciar
la gente,
"Pace" io rispondea
sorridente
e con felicità rendeva il
gesto.
Così d’un tratto mi sentìi
leggero
p’aver partecipato il mio
sentire
e smisi di sentirmi uno
straniero.
Il prete ebbe l’amor di
benedire.
Baciai i parenti con
discrezione,
chè l’esternar non m’è
congeniale,
e visto ch’era chiusa la
funzione
attraversai la soglia del
portale.
E mentre m’attendea per il
saluto
che per amor si dà a chi
scompare,
il popolo che s’era convenuto
uscia compunto senza
bisbigliare.
E mentre uscian quell’ombre
dal Mistero,
ove d’angelico vestir m’avean
stupito,
l’umana forma riprendean
com’ero;
così che di quel mal mi fui
guarito.
Ed io li vidi e l’osservai
perplesso;
tutti i mestieri v’eran figurati:
politici, avvocati e quanto
appresso,
ma pure commercianti ed
impiegati.
La gente insomma, il popol di
quartiere
che lì, in quella casa del
Signore
offriva pace a me con gran
piacere
come s’avesse pace da donare.
E allora ripiombai nel
dubitare
chè lì in quel cantuccio
dov’io m’ero
tra tanti adorator di
quell’altare
forse non ero io il più
straniero.
E mi sperai ch’un giorno non
lontano,
quel segno dell’amor per
l’altra gente,
quell’allungar la mano per la
mano
non sia soltanto un atto
riverente.
Quel Pietro salutai
discretamente
e gli augurai di ritrovar la
pace,
la sua, perchè la mia era
carente,
e innalzai lo sguardo a
quella croce.
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